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Arte. Che cosa è? (Jan Fabre a Firenze)

Non troverete la risposta in questo post, ovviamente, ma una piccola riflessione. Trovo che ci sia una forte similitudine tra arte e religione. La religione infatti, è nel senso di colpa, nella punizione e nel premio, nel rito e nella morale che affonda i propri cardini. E soprattutto, così come l’arte, nel dubbio. Ciascuno ha il proprio gusto, il proprio carattere, la propria emozione, la propria scala delle priorità e dei valori, perciò dovrebbe risultare quasi impossibile definire un’opera universalmente bella per chiunque la osservi. Si può tentare di creare qualcosa di assolutamente spettacolare, nel quale sia evidente il genio creativo o lo sforzo intellettivo e manuale, riuscendo in questo modo a ricevere il plauso di quanto più pubblico possibile. La tendenza invece, oggi, è rimpiattare dietro alla parola arte qualsiasi cosa si voglia, praticamente tutto. Se un critico particolarmente influente definisce arte un rubinetto rotto appoggiato su un tavolo, è quasi certo che un manipolo di spettatori pagherà un biglietto per vedere tale opera, instillando a sua volta il dubbio in un secondo gruppo di visitatori, che preoccupati di non capire l’opera o di non essere all’altezza di menti più colte, aumenteranno l’interesse per quell’oggetto, e così via.  C’è un po’ di vergogna nell’ammettere di non gradire un’immensa sala vuota con una tela strappata al centro, c’è la paura di essere additati come denigratori, inesperti o  insensibili. Cosa succede quando invece ci troviamo di fronte ad “artisti” che usano provocazioni che vanno al di là della comune decenza? E’ il caso di Jan Fabre, artista Belga poliedrico, le cui installazioni occupano in queste settimane Piazza della Signoria a Firenze, la più nota è l’enorme tartaruga dorata cavalcata da un uomo.

208cz86Costui, inoltre, realizza installazioni che non riesco in alcun modo a classificare: cadaveri imbalsamati di cani  decorati a festa in uno squallido carnevale di corpi esanimi, gatti appesi a ganci da macelleria, teschi umani ricoperti da migliaia di scarabei dorati che masticano scoiattoli. Certo, sicuramente cani e gatti  erano già morti prima di utilizzarli in questi teatrini, dubito tuttavia che il Sig. Fabre abbia raccolto personalmente le migliaia di insetti già morti nei boschi delle Fiandre. È anche vero che ci sono decine di persone che ancora oggi espongono trofei di caccia nelle proprie abitazioni, o peggio, indossano le cuoia di creature delle quali neppure ci nutriamo, ma si tratta davvero di arte, o di gusto personale, seppure discutibile? Si tratta di estro, o di provocazione? Si tratta di qualcosa di così alto da essere incomprensibile, o di una semplice presa in giro dell’artista per beffare i pecoroni? La buona notizia, è che questo genere di opere non verrà installata all’aperto o in luoghi pubblici perciò, grazie alla più grande libertà che ognuno di noi ha, quella di scelta, sarà l’affluenza di pubblico ad elevare certi feticci vestiti a festa ad arte sublime o a rendere certe mostre un semplice obitorio. La brutta notizia invece è che, se da secoli esistono emulatori e falsificatori di quadri e dipinti, non oso immaginare quale genere di tentativi di riproduzione aspettarmi da questa esposizione. Nel frattempo un nutrito gruppo di persone scandalizzate (dalla stampa definite a prescindere “animalisti”) ha creato gruppi e petizioni per impedire questa mostra a Firenze. Io mi limiterò a disertare l’evento, credo che ormai le povere creature siano già divenute pelouches e più che fermare la cosa, preferisco contribuire a renderla un fiasco, cosicché non ci sia la voglia di replicare. Abbiamo già la Specola a Firenze, che per le più nobili ragioni di studio, espone quasi ogni creatura vivente da secoli, peraltro con immenso rispetto.

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Unioni Civili, due parole

IMG-PROFILO-200x200In questi giorni il web è sfiancante, l’argomento infiamma social network di ogni tipo e a me sembra che le persone amino molto sfogare le proprie frustrazioni commentando a caso. Persone che magari dal vivo sembravano avere un pensiero, al riparo di una tastiera acquisiscono il magico potere della polemica scatenando condanne e sentenze sotto l’ombrello (bucherellato) della morale e dello schermo. Amici e parenti che se interrogati esprimono un parere vicino al mio, appaiono poi senza troppa furbizia fra i commenti più velenosi e rancorosi, in pieno contrasto con quanto detto di persona. Ho un blog, non potevo non spendere due parole per esprimere la mia opinione al riguardo. Ma andiamo con ordine.

  • Unioni Civili: L’Unione Civile è, a parer mio, la strada migliore per tutelare il Matrimonio, e non il contrario. Infatti, proprio a tutela del Matrimonio, si vuole istituire questa nuova figura giuridica specifica per tutti quei casi che non rientrano nella definizione di Matrimonio, e mi riferisco a quello religioso ovviamente. Secondo me infatti, il Matrimonio per definizione è solo e soltanto il Matrimonio religioso, ha un’origine ben specifica e, a parte l’ovvietà del nome stesso, è e deve essere fra un uomo e una donna. Quello che invece abbiamo erroneamente chiamato fino ad oggi Matrimonio civile, altri non è che una Unione Civile e così dovrebbe chiamarsi in futuro. La parola civile lo separa e distingue da quello religioso e lo svincola da tutto ciò che riguarda la religione e le sue regole, regole alle quali chi è credente ed osservante vuole e deve riferirsi, perché non si può fare discriminazione al contrario ed imporre ai cattolici di modificare il loro pensiero, qualcosa in cui credono e che intendono difendere. Sono convinto che il Matrimonio religioso sia e debba rimanere quello che è, con la sua specifica parola, rito, figura e cerimonia. Chi sceglie di sposarsi al di fuori della religione, potrà così sottoscrivere una Unione Civile, laica appunto, e che farà riferimento alle sole regole della giurisdizione, in particolare all’Art.3 dell Costituzione, che già da solo racchiude tutto e basterebbe a risolvere ogni questione:”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E’ un articolo di estrema chiarezza, attualità, modernità ed efficacia, che non lascia fuori nessuno. L’Unione Civile quindi, per come la vedo io, dovrebbe essere un sottoinsieme del Matrimonio Religioso: li accomunano tutti gli aspetti legali, sociali e civili, mentre restano fuori tutte le componenti religiose, quali eterosessualità, devozione, sacramenti e così via. Quindi, l’Unione Civile non fa altro che andare a ripristinare un’evidente e grave lacuna sociale che ha impedito ad una parte dei cittadini di vedersi riconosciuti diritti che erano stati loro garantiti da sempre ma che sono stati negati dalla mancata laicità dello Stato (assistenza al coniuge, assegni familiari, reversibilità della pensione, eredità del coniuge, comunione dei beni, ecc ecc…). Distinguendo in questo modo, infatti, il Matrimonio sarebbe salvo, con buona pace di tutti coloro che si sentono minacciati, ed allo stesso modo, i soggetti che non si riconoscono nei principi religiosi, potrebbero avere la loro sociale e legale figura giuridica senza ledere la sensibilità di alcuno.
  • Adozioni Tout Court e Stepchild Adoption: in Italia non si riesce mai a fare un passo alla volta. A costo di smontare tutto, si butta sempre nel calderone più del necessario per far leva sull’opinione pubblica ed arraffare il supporto dei più pigri, quelli che piuttosto che informarsi prendono qua e là frasi a caso e si bevono qualsiasi novella. Potevamo occuparci delle Unioni Civili, per le ragioni di cui sopra, e in un secondo momento passare al resto, invece stiamo mettendo a rischio il riconoscimento di una istituzione sociale necessaria ed urgente argomentando con assurdità e volgarità completamente inutili. Ho un parere molto fermo e chiaro in proposito, probabilmente in contrasto con quello di molti, ma sono qui a condividere appunto la mia opinione e non voglio omettere nulla. Sono fermamente convinto che chiunque dovrebbe poter adottare un bambino: chiunque abbia la stabilità economica, psicologica ed emotiva, che sia single o accompagnato, che sia uomo, donna, famiglia con figli, coppia di cugini scapoli o di amiche zitelle, di gay o lesbiche: tutti. Chiunque abbia amore da dare, cure, dedizione, sentimento e desiderio, dovrebbe poter accogliere un bambino che qualcun altro ha respinto, rifiutato, abbandonato o privato dei genitori. Se tutti potessero, accertata l’idoneità, adottare un bambino che esiste e che è al mondo da solo, in un istituto o per strada, tutti potrebbero avere la possibilità di dare il loro amore, il loro affetto, il loro impegno alla vita, alla società, al mondo intero. Un bambino deve crescere nell’amore, avere un luogo da chiamare casa e qualcuno che lo guidi e lo sostenga nella crescita. E’ tutto quello di cui ha bisogno. Se questo fosse possibile, forse, non ci sarebbe la necessità di ricorrere ad uteri in affitto o fecondazioni in vitro, perché tutti potrebbero soddisfare il proprio bisogno di essere genitore. Io sono per l’adozione tout court, questa appunto, quella universale, e sono anche favorevole alla stepchild adoption (adottabilità del figliastro, ndr), certo, per chi ha già un figlio e forma un nuovo nucleo familiare, etero o omogenitoriale, a tutela di quei figli che esistono ed hanno un genitore non legalmente riconosciuto e dal quale potrebbero essere strappati improvvisamente. Non sono invece favorevole alle pratiche che consentono di diventare genitori a coloro che, per loro stessa natura, non possono esserlo. Comprendo benissimo e condivido il desiderio di maternità e paternità, ma è un desiderio che potrebbe e dovrebbe essere soddisfatto appunto con l’adozione di quei bambini in attesa di una famiglia, non generando vite tramite pratiche mediche che vanno a compensare quello che non si può essere. A mio parere, è una forma di egoismo, nel vero senso del termine.

Il mio parere non conta molto, è solo il mio, ma spero presto di poter vivere in un Paese dove veramente tutti, ma proprio tutti, abbiano gli stessi identici diritti e doveri, tuttavia, sono molto pessimista al riguardo e non molto fiducioso sull’evoluzione della nostra società odierna. Spero vivamente di venir presto smentito.

 

 

Woodpost by Fuzel

100-959840354Appena sperimentata, voglio consigliare questa simpatica App che avevo nel mio iPhone da tempo e che mi sono finalmente deciso ad usare. Woodpost by Fuzel, consente di stampare su legno le proprie foto, in un formato fino a pochi giorni fa unico di 12x12cm. Il formato quadrato, ispirato ad Instagram, consente di scegliere fra una serie di decorazioni e rifiniture sulla cornice, realizzate lasciando il legno naturale a vista rispetto alla foto, e si presenta sul retro con l’aspetto di una cartolina postale, consentendo di indirizzare  e personalizzare il testo. Ha inoltre un magnete che ne consente l’affissione sul frigorifero o su qualsiasi superficie metallica ed infine include un supporto in legno per l’esposizione verticale su piano. Ho ricevuto proprio ieri il mio primo ordine, ad un prezzo assolutamente ridicolo e con trasporto gratuito: unico neo i tempi di consegna: infatti dal momento dell’ordine è servito un mese esatto per la ricezione, ma d’altronde questa è la tempistica indicata in fase di ordine. Da qualche giorno sono stati aggiunti nuovi formati ed oggetti: poster in legno di tre misure, sottobicchieri e vassoi. Merita un’occhiata!

Expo 2015, la mia visita

Prima della mia visita ad Expo, ho passato in rassegna il web per preparare al meglio l’itinerario e devo dire che questo mi ha generato parecchie preoccupazioni. Sulla base di quanto letto su blog e quotidiani, sono partito con la convinzione di trascorrere una giornata in coda durante la quale sarei riuscito a visitare al massimo sei/otto padiglioni e rassegnato al fatto di dover mangiare in un baracchino da strada per evitare i folli prezzi dei ristoranti a tema. Che sia stata fortuna, caso o addirittura merito nostro, tutto questo si è rivelato sbagliato. Ho visitato trentatré padiglioni con due sole code degne di nota, entrambe inferiori ai quarantacinque minuti. Ecco quindi un dettagliato racconto di questa giornata particolare, allo scopo di incoraggiare e invogliare chiunque si fosse lasciato convincere a lasciar perdere.

La nostra giornata è iniziata molto presto, partenza in auto da Firenze alle 5:30 ed arrivo al parcheggio P4 alle 9:00, prenotato rigorosamente online sul sito apposito (link: Arriva Expo Parking). I nostri biglietti, a data aperta e ricevuti in regalo per il mio compleanno, sono stati associati alla data della visita sul sito ufficiale di Expo (link: Gestisci i tuoi biglietti). Raggiunto il varco, ci mettiamo in coda per il check-in al metal detector con sole due persone davanti a noi e per le 10:00, orario di apertura, siamo già dentro all’esposizione dall’ingresso est, il principale. Il viale centrale, lunghissimo ed al coperto per tutta la sua lunghezza (circa un chilometro e mezzo!), si chiama Decumano, come la via principale delle antiche città romane, ed è quindi tutto in ombra. Decidiamo di percorrerlo tutto subito, per raggiungere il padiglione del Giappone, situato quasi in fondo, dove è segnalata l’attesa più lunga e poi percorrere a ritroso tutta l’esposizione. Durante la camminata, veniamo attratti dal padiglione del Brasile, indicato come uno fra i più belli, ed essendo privo di coda decidiamo di visitarlo subito. Prima di cominciare la descrizione dei padiglioni visti, vorrei segnalare a quanti non lo sapessero che è sufficiente portare una bottiglietta d’acqua o un bicchiere, ci sono infatti numerosissimi fontanelli di acqua gratuita naturale o frizzante sparsi ovunque. Noi abbiamo scelto di tralasciare tutti i padiglioni disposti lungo il Cardo (la via perpendicolare al Decumano) dove prendono posto gli stand regionali italiani, semplicemente perché ci è sembrato inutile visitare prodotti e tradizioni che ben conosciamo o abbiamo sempre a portata di mano. Ed ora, padiglione per padiglione, in ordine di visita.

brazil1. Brasile: una enorme rete sospesa sulla quale camminare, permette di “sorvolare” un orto sottostante con le principali specie botaniche brasiliane. L’esperienza è molto divertente e particolare, giunti al termine della rete, in salita, si attraversa il padiglione dal secondo piano al piano terra: non c’è molto da vedere all’interno, il padiglione risulta spoglio e poco propositivo in termini di soluzoini eco alimentari, ma rispetto a molti altri non esce fuori dal tema “nutrire il pianeta” e propone alcune soluzioni abitative e colturali sospese realizzate in ceramica bianca.

Japan2. Giappone: non c’è dubbio, il padiglione del Giappone è il più bello dell’intera esposizione, così bello che sembra provenire da Expo 2050, tanto è avanti rispetto agli altrii. Quarantacinque minuti di coda allietati da un video molto divertente e dalle hostess nipponiche che ci spiegano la visita: si entra a gruppi di 25 persone e si attraversano tre aree principali. La prima, focalizzata sulla scrittura giapponese e la relazione di questa con la natura, è molto minimale ma d’effetto. La seconda sala è qualcosa di spettacolare: un campo di foglie di loto luminose circondato da specchi ed ologrammi dove, tramite un immenso display, si spiegano origini ed evoluzoine dell’agricoltura Giapponese, un’esperienza emozionante e coinvolgente. A seguire alcune sale delle quali non voglio svelare troppo, conducono ad una sala più grande dove quattro enormi mappamondi interattivi spiegano la situazione mondiale in termini di clima, ripartizione del cibo, condizioni economiche e soluzioni possibili, mentre sul maxischermo un filmato adatto anche ai bambini spiega come sia fondamentale nutrirsi in modo corretto ed evitare gli sprechi. Infine, al piano superiore, ci si prepara ad accedere al Ristorante del Futuro, la vera attrazione di questo padiglione e, forse, di tutta l’esposizione. Ci si siede appunto in un ristorante supertecnologico, all’intenro del quale i camerieri si muovono su mezzi di trasporto futuristici ma reali, mentre sul proprio tavolo, al posto del cibo, ciascuno ha un piatto virtuale visualizzato in un touch screen e da gestire con vere bacchette di legno: si può scegliere il proprio menu, conoscere le mille combinazioni possibili di cibo in base alle stagioni e trasportare le immagini dalle ciotoline laterali al piatto centrale per approfondire ogni pietanza, il tutto mentre due animatori cantano e ballano in un clima così travolgente che è impossibile non restare a bocca aperta.

slovakia3. Slovacchia: uno dei numerosi padiglioni fuori tema, a mio avviso. E’ molto piccolo e decorato con strumenti musicali ed artigianato tipico, sembra che la sola cosa che interessi sia promuovere il turismo in questo paese, ma del tema fondamentale nessuna traccia

Russia4. Russia: esteriormente imponente, all’interno è piuttosto spoglio e privo di attrattiva.

Estonia5. Estonia: una galleria di immagini di questo meraviglioso paese, ma nulla che proponga soluzioni o impegno per la nutrizione mondiale

Oman6. Oman: Molto bello, soprattutto esteriormente, dove complice il gran caldo si ha veramente la sensazione di trovarsi in questo paese mediorientale, ma all’interno è piuttosto povero. Tuttavia, è molto interessante la spiegazione della barriera artificaiale sottomarina installata al largo della costa tramite enormi campane traforate di cui è presente un campione, per risolvere il fenomeno dell’erosione e creare un habitat naturale alla fauna marina, opera che sembra avere ben cinquecento anni. Sul retro un enorme ristorante tipico dai prezzi medi.

indonesia7. Indonesia: Esteriormente incantevole, all’interno è un po’ povero di originalità. Lo abbiamo scelto per pranzare: una porzione di Goreng misti a soli 10 Euro

Turkmenistan8. Turkmenistan: Un contenitore. Bello e trionfale, ma praticamente vuoto

qatar9. Qatar: Architettura impeccabile ed importante,  all’interno colpisce soprattutto il progetto di rinverdimento del deserto

morocco10. Marocco: suddiviso in quattro settori, mostra il Paese da Nord a Sud illustrando molto bene colture e culture delle quattro macro aree del Paese: la costa Atlantica, l’Atlante, la zona centrale ed il grande sud che, manco a dirlo, per loro è da intendersi comprensivo dei territori del Sahara Occidentale.

Usa11. Stati Uniti d’America: terribile, probabilmente il più brutto di tutto l’Expo, in proporzione all’importanza del paese. Tronfio ed imponente, all’interno non ha niente. Veramente niente. Non si può dire che sia fuori tema, in quanto non ne affronta alcuno. Salita un’immensa scalinata, ci si trova davanti a Barak Obama che discorre su inutili ovvietà, e qualche pannello informativo circa le dighe realizzate nel territorio, nessuna menzione sul fatto che tali dighe hanno causato un danno ambientale irreparabile, causato l’estinzione di diverse specie animali e compromesso irrimediabilmente molti territori dei nativi americani. Alla vuotezza di tutto ciò, si aggiunge un bar dove si serve il famoso “California Spritz”. Ma non era stato inventato in Veneto? Imbarazzante.

Kuwait12. Kuwait: Mi ha molto impressionato per la spiegazione, completa di plastico, di alcune macrofattorie riealizzate nel paese, e del processo della rigenerazione dal deserto. Il padiglione esteriormente è molto bello. Ad attrarre l’occhio è una  cascata che funziona da sipario, e sulla quale, con getti d’acqua sovrapposti ad arte a quello principale, compaiono alcune scritte in inglese ed arabo.

Ecuador13. Ecuador: Si entra a gruppi e, con una visita guidata, si scoprono le quattro regioni in cui è stato suddiviso il paese: la Costa Atlantica, le Ande, l’Amazzonia e le Galàpagos. Si apprende che è qui che si ha la maggior biodiversità al mondo e si conoscono i prodotti anche grazie a colonnine tramite le quali è possibile odorare tonno, gamberi, cacao, rose ed altre tipicità. Sicuramente, invita alla visita ed è perfettamente allineato al tema principale di Expo, facendo leva sul raggiungimento della quasi totalità di energia pulita derivante dalle centrali idroelettriche, ben il 93%.

Slovenia14. Slovenia: Padiglione delizioso come ci si aspetta da questo splendido territorio nostro vicino di casa. Si scoprono sale minerale, sul quale è possibile camminare scalzi, miele, energia eolica ed acque sia minerali che termali.

Austria15. Austria: L’Austria ha ricreato una foresta tipica tirolese, completa di umidità, sottobosco e temperatura fresca! Un vero refrigerio girare per questo bosco che risulta molto verosimile ed affascinante.

Cile16. Cile: L’affascinante Cile punta soprattutto sui prodotti della regione centrale, in particolare vino e pesce, mostrando in una serie di video proiezioni di tutte le fasce climatiche di un territorio lungo oltre quattromila chilometri.

Turchia17. Turchia: Interamente all’aperto, offre frutta secca gratuita ed una bella scenografia tipica, ma assolutamente niente circa il tema fondamentale

swiss18. Svizzera: Esteriormente spoglio e brutto, questo padiglione fonda il suo tema sul consumo responsabile, con la domanda “Ce n’è per tutti?”. Ha quattro torri riempite rispettivamente con caffè, sale minerale, acqua e mele disidratate. Ciascuno, una volta salito, è libero di prendere prendere quanto vuole di ciò che vuole, senza limite, la sfida è che la responsabilità sia maggiore dell’avidità e che le torri, i cui scaffali scompaiono e si schiacciano man mano che vengono svuotati riescano a non scomparire prima del termine dell’esposzione. Al piano terra, una mostra su Zurigo: probabilmente la cosa più brutta vista ad Expo: una galleria di foto tutte brutte uguali, alternate a sculture fatte con bottiglie di vetro vuote di dubbio gusto.

Italia19. Italia: Il palazzo Italia è immenso e la lunga coda, di quasi un’ora, è stata probabilmente la più grande perdita di tempo della giornata. La desolazione delle stanze e la pochezza di contenuti ci ha lasciati profondamente delusi e negativamente impressionati. Come prevedibile, si assiste alla solita fotogallery sulle bellezze architettoniche del nostro Paese, seguita da quelle artistiche e via e via le solite cose note a tutti, ridondanti e fuoriluogo, senza il minimo riferimento alla nutrizione. Originale la stanza che immagina un mondo senza Italia, e quindi senza le nostre invenzioni e realizzazioni: divertente, ma un pochino arrogante.

Francia20. Francia: Un’unica sala espositiva in un padiglione tutto sommato molto bello al quale si accede attraverso un orto incredibilmente rigoglioso di prodotti tipici. All’interno, un’accozzaglia di elementi artigianali impossibile da focalizzare, che sono esposti fin sopra alle pareti. Nessuna traccia del tema principale.

Olanda21. Olanda: Padiglione decisamente fuori dal coro: sembra di essere in un circo, o in una festa anni settanta. Accompagnati da una musica dance, si percorre questo spazio all’aperto fra roulottes e furgoncini che vendono ogni sorta di leccòrnia tipica, per poi raggiungere un labirinto di specchi ed una ruota panoramica

Spagna22. Spagna: Grafica accattivante e percorso interessante per questo padiglione che spiega le ricette tramite fornelli interattivi e focalizza l’attenzione sulle ricchezze del territorio che, a quanto pare, ha la più ampia biodiversità d’Europa.

iran23 Iran: piuttosto anonimo: si attraversa una sorta di orto all’aperto per poi ritrovarsi all’interno di un mercato tradizionale iraniano con prodotti tipici artigianali. Tema principale non affrontato.

Azerbaijan24. Azerbaijan: Un piccolo padiglione molto ben organizzato e gestito, disposto su tre livelli fra i quali sono incastonate altrettante sfere di vetro contenenti un bosco, una visita virtuale di Baku ed un’esperienza interattiva della cucina locale. Nelle sale, prati di fiori luminosi e sonori che si illuminano e suonano se sfiorati: di grande effetto.

cina25. Cina: Un’imponente struttura in legno che ricorda un’abitazione tipica delle zone dell’entroterra, ospita al suo interno alcune sale che spiegano il rapporto ancestrale fra uomo e cibo e come nei secoli l’uomo abbia modificato il territorio a suo piacimento, contribuendo allo stesso tempo a conservare, proteggere e migliorare il clima. Viene spiegato come le risaie, principale ricchezza del territorio, contribuiscano all’ambiente creando ossigeno ed umidità fondamentali alla vita.

Corea26. Corea: un bianchissimo ed immenso padiglione, futuristico e tecnologico, che fonda il suo tema principale sulla corretta alimentazione: In un percorso che spiega i danni dell’obesità e dello spreco alimentare, propone in un video dinamico e robotozzato la ricetta per la corretta alimentazione. Quale? Mangiare coreano, ovviamente!

thailand27. Tailandia: Avevo grandi aspettative da questo padiglione che, esteriormente, ha la forma di un cappello tradizionale. All’interno, una proiezione video a 360°C di poco impatto e poco interesse, seguita da un filmato in tipico stile reverenziale Tailandese nel quale si imperversa per quasi dieci minuti sulla magnanimità, l’altruismo ed il genio innovativo del loro Re, attribuendo qualsiasi successo tecnologico ed ecologico tailandese solo ed unicamente all’amato sovrano. Purtroppo, nessun ristorante Tailandese all’interno, ma uno shop di cibi in scatola precotti da poter riscaldare al microonde e mangiare sul posto. Una grave mancanza per quella che è, a mio avviso, una delle cucine migliori al mondo.

malesia28. Malesia: Il padiglione ha la forma di tre enormi semi in legno e vetro all’interno dei quali si incontrano, rispettivamente, un video sul territorio un po’ noioso, una ricostruzione della foresta pluviale piuttosto cheap, ed infine una sala esplicativa dei principali prodotti. E’ interessante l’approfondimento sull’albero della gomma e sull’olio di palma, del quale vengono elencate le innumerevoli proprietà ma in relazione al quale si sorvola completamente circa il problema della deforestazione che sta causando l’estinzione degli oranghi. Una mancanza pesante e quasi fastidiosa, che visto il tema di grande attualità, avrebbe dovuto essere supervisionata, smussata e sfruttata allo scopo di puntare un faro su questo gravissimo problema.

Angola29. Angola: E’ lo stato Africano con il padiglione più grande ed imponente. Meravigliosamente strutturato e colorato all’esterno, ha al suo interno una spirale infinita che porta a salire svariati piani, circa cinque, dove vengono spiegati prodotti agricoli ed industriali del territorio angolano, un paese in rapidissimo sviluppo. Gunti sulla sommità, dalla quale si gode di uno splendido panorama, si ha la possibilità di accedere al ristorante tipico, ad una mostra artistica temporanea, o ridiscendere verso l’uscita.

Vietnam30. Vietnam: Riproduce esteriormente una foresta, con i suoi alberi altissimi in legno a sostegno del padiglione. Internamente, tuttavia, non ha nulla di interessante

UK31. Regno Unito: Chi avrebbe mai pensato che gli inglesi avrebbero avuto così poco interesse per l’Expo? Uno padiglione spaventosamente vuoto, contenente una sorta di prato, bruttino ed incolto, nel quale si cammina ascoltando il suono dei grilli provenienti da altoparlanti piantati nell’erba. Stop. Niente di niente, eccetto un bar peraltro molto triste e vuoto.

nepal32. Nepal: Il padiglione, costruito per ultimo ed a tempo di record in seguito allo spaventoso terremoto di qualche mese fa, è bellissimo esteriormente, e mi commuovo al pensiero che la mia amata Durbar Square di Kathmandu, di cui è presente una fedele ricostruzione, non esista più. C’è molta malinconia ed ossequioso silenzio in questo luogo, dove la visita è accompagnata dal suono ininterrotto delle preghiere dei monaci buddhisti in sottofondo.

messico33. Messico: Allegro e giocoso come ci si aspetterebbe, è molto scarno nella sua parte espositiva, e molto frizzante nella sua parte ristorativa.

Grandi assenti: i paesi Scandinavi tutti e l’Australia. Qualcuno conosce il perché?

AlberoAlbero della Vita: Una struttura immensa a forma di albero, realizzato sollevando idealmente la planimetria di Piazza del Campidoglio di Roma. Molto suggestivo, l’albero è circondato da fontane e getti d’acqua che si muovono a tempo di musica. Al calar del sole, lo spettacolo si arricchisce di una scenografia luminosa spettacolare che comprende anche alcuni fuochi artificiali e la fioritura dell’albero stesso. Imperdibile.

In conclusone, penso che Expo Milano 2015 sia assolutamente da vedere, comunque si decida di impostare la propria visita. Sia che il proprio interesse sia rivolto alla cucina internazionale, all’ecologia o semplicemente alla voglia di viaggiare in luoghi che mai riusciremo a vedere davvero, la visita è ben ripagata. Non c’è luogo al mondo che vorrei non visitare, potessi spenderei il resto dei miei giorni esplorando ogni angolo del pianeta. Come sappiamo, una vita non basta, approfittare di questo evento è fondamentale a mio avviso, anche se adesso mi ritrovo con l’ansia ed il desiderio di partire al più presto possibile, destinazione Mondo!

Hashtag, questo sconosciuto

hashtag-header-3Internet, smartphones e tablets hanno tutti un comune denominatore: la pigrizia. E’ cominciato tutto con l’abbandono della penna e la conseguente pigrizia di scrivere a mano, complice la praticità indiscutibile di operazioni prima cartacee e ormai tutte, o quasi, digitalizzate. Nonostante il lato ecologico, indiscutibile, talvolta ci sfugge un po’ la mano, al punto che persino i biglietti di auguri che accompagnano un regalo, spesso comprato su internet e consegnato per nostro conto, sono anch’essi stampati e non hanno nulla di autografo. Subito dopo, è stata la volta della pigrizia di leggere: ci si limita sempre più di frequente a leggere titoli di articoli di giornale online senza aprirne il contenuto,  a scorrere in modo distratto testi troppo lunghi senza approfondire e focalizzandosi più volentieri sui commenti allegati, per poi precipitarsi ad aggiungere il proprio, meglio se con qualche abbreviazione, come l’orrida K al posto del CH per risparmiare anche una sola lettera, non si sa mai ci dimagrissero le dita! La nostra lingua è bella come poche, è un vero peccato imbattersi in certi delitti ortografici.

Nozioni, tecnologia e metodologie continuano ad aumentare a ritmi rapidissimi ma nonostante nessuno di noi nasca imparato, pochissimi si informano sul corretto uso dei nuovi strumenti messi a loro disposizione, anzi, si ritengono onniscienti e si avventurano liberamente nell’utilizzo del tutto personale dei moltissimi nuovi metodi di scrittura digitale. Un esempio su tutti è il famigerato Hashtag.

Un Hashtag è un cartellino, un’etichetta che accompagna una foto, una frase, un tweet, un post o un commento e che serve a categorizzarlo ed a renderlo facilmente reperibile a chi volesse interessarsi a quel particolare argomento. Se ne possono aggiungere praticamente infiniti ad ogni nostro prodotto ma abusarne o farne uso errato vanifica completamente il tutto. Perché dunque non fare un piccolo ripasso del tanto amato cancelletto?

Vediamo un esempio:

Ho scattato una foto ad un famoso monumento di Tizio che voglio pubblicare su Instagram. Il monumento è intitolato Uomo Libero e mi piacerebbe che fosse visto e commentato dagli utenti del gruppo Amanti dell’Arte, i quali hanno reso noto il loro hashtag #amantiarte da usare per partecipare al loro concorso fotografico. Infine, vorrei che questa foto la vedesse il mio amico Pippo, che mi aveva parlato di questo artista.

Una volta pubblicata la mia foto, posso scrivere insieme alla mia didascalia, come segue:

“un monumento bellissimo! #tizio #Uomolibero #amantiarte @pippo” (maiuscole e minuscole non fanno alcuna differenza, così come accade per indirizzi web ed indirizzi e-mail, ndr)

Se gli hashtag sono corretti e sono stati usati in precedenza, compariranno come suggerimento mentre li digito e se il mio amico Pippo è presente su quella piattaforma come utente Pippo (in questo caso Instagram) mi verrà a sua volta suggerito durante la digitazione come destinatario.

Chiunque volesse cercare notizie, foto o commenti circa l’artista Tizio, inserendo nei campi di ricerca a disposizione di tutti i social network l’hashtag #tizio, vedrebbe comparire tutti i tweet, le instagram, i commenti facebook o quant’altro (a seconda della piattaforma in cui si trova) relativi appunto all’artista Tizio. Comodo, specifico e selettivo!

Chi volesse cercare foto, commenti, tweet o altro a proposito di quel particolare monumento, inserirebbe #uomolibero e vedrebbe il materiale messo in rete con questo tag.

Allo stesso tempo, il gruppo Amanti dell’Arte, potrà ricercare tutte le foto partecipanti al concorso cercando l’hashtag #amantiarte che io avrei correttamente utilizzato,  mentre il nostro amico Pippo riceverà la menzione e quindi la mia foto su quella piattaforma.

Invece, non servirebbe praticamente a nulla scrivere tutto attaccato, come spesso mi capita di leggere: #tizio#uomolibero#amantiarte perché il cancelletto multiplo non viene più considerato tag, ma diventerebbe solo una lunghissima parola senza senso faticosa da leggere e brutta da vedere.

Inoltre, a poco o nulla serve scrivere pareri personali sotto forma di hashtag, ad esempio #passeggiata #fuori #porta #bellissima. La frase “passeggiata fuori porta” non potrebbe in alcun modo essere ricercata, perché scritta separatamente, e, peggio, verrebbero create ed usate categorie inutili ed incoerenti con la nostra foto: in questo caso la nostra foto finirebbe nella categoria #porta e chi cercasse ad esempio la foto di una porta con l’hashtag #porta, si vedrebbe comparire il nostro monumento, che non mostra una porta in effetti.

Peraltro, a che proposito scrivere un commento con gli hashtag, quando abbiamo del testo libero e pulito a disposizione da scrivere?

Sperando di aver contribuito a chiarire le idee anche ad un singolo lettore, chiudo questo post ma non prima di aver scelto gli hashtag da assegnare, così che questo mio post possa essere ricercato da chi volesse notizie a questo proposito. Alla prossima! 🙂

L’Alibi del Natale

santa0Natale imminenteggia… e come dice una nota canzoncina intrisa di buonismo e stucchevolezza… “…a Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai… ” Diciamolo: ANCHE NO! Ecco alcune da non fare solo perché è Natale

1: Non puoi adottare un cucciolo, infiocchettarlo e metterlo sotto l’albero per i tuoi bambini solo perché loro lo vogliono. I cuccioli crescono, cambiano, impegnano e, soprattutto, stufano i bambini! Quanti giocattoli i vostri bambini dimenticano dopo un mese anche se sembravano tutto ciò che desiderassero nella vita? Col cucciolo accadrà esattamente la stessa cosa. Quindi, il cucciolo, adottalo per te, perché tu vuoi un cucciolo, perché tu hai tempo ed amore da dedicargli (nonostante i figli). Andrà d’accordissimo anche con loro, tranquillo.

2. Non devi Inviare fotografie di te, della tua famiglia, dei tuoi figli o dei tuoi cani con frasi prestampate del tipo “Tanta felicità dalla famiglia Ciccipìcci”. Certo, a meno che non siano dirette ad un parente in Nuova Zemilia privo di telefono ed internet che non vedi da vent’anni. E il resto dell’anno dov’eri? Smettila di fare il parente pop-up che si manifesta con messaggini a catena o con biglietti strazzacore comprati già scritti e solo per Natale. Dov’eri quando sono tornato dal viaggio? Quando mi sono operato? Quando avevo bisogno di una telefonata? Ecco. Appunto. Fancù.

3. Non puoi presentarti a casa dello zio ottantenne obeso e diabetico con una cesta di cioccolate, torroni e croccante. Un minimo di cervello inserito prima di levarti l’obbligo di elargire amore così sentitamente, occorre. Diversamente, stàttene a casa. Strûnz.

4. Non puoi pubblicare su tutti i social networkl foto di te con le babbucce a forma di alce, il cappello di pelliccia del Klondike in posa davanti ad un albero di quattro metri, fatto di sfere di cristallo e ceramica, e cinque minuti dopo lamentarti perchè la tredicesima se la mangiano le tasse. Hai fatto tutto da te, cìcci. Vai a pagarla con il pupazzo di neve robotico a grandezza naturale la tassa sui rifiuti e poi lamentati dopo.

5. Non credo tu sia molto credibile mentre ti lagni per il freddo e rimpiangi l’estate quando hai spruzzato di neve finta anche la testata del letto in camera e tutto in casa tua gronda schiuma spray e ghiaccioli di plexiglas.

6. E infine, solo al punto sei perché questo mai ha voluto essere un decalogo, non puoi non imbatterti nel blogger acideggiante che vaneggia sotto le feste perché sì, in fondo, egli stesso fa parte dell’opinabile e personalissimo elenco delle cose da non fare a Natale.

Auguri 🙂

xxx

L’inferno in città

imageIl Macrolotto, zona industriale di Prato, è una vasta area a sud della città fatta di strade perpendicolari fra loro e fabbriche, tutte di dimensioni medio grandi, nate negli anni ottanta e novanta quando il successo industriale del tessile pratese ha avuto la necessità di uscire dalle case dei cittadini ed espandersi, quando l’economia in crescita repentina vedeva spuntare industrie alla velocità della luce e trovare lavoro era una passeggiata. Una volta diplomati, era sufficiente scegliere le ditte nelle quali lavorare e presentare il proprio curriculum, con la minima fatica. Io stesso ho lavorato nel Macrolotto, dove i ritmi erano frenetici ed il movimento di mezzi e persone riempiva strade, uffici e reparti. In seguito alla crisi, il Macrolotto di oggi è completamente sconvolto. Le strade del Macrolotto sono semideserte, le ditte hanno insegne cinesi e di italiani ne sono rimasti pochissimi, quasi nessuno. Pur immaginandola, non si era percepita la condizione lavorativa di quegli operai stipati in fabbriche dormitorio fino alla tragedia del 1 Dicembre, quando in un rogo hanno perso la vita sette persone recluse in loculi di cartone privi di vie di fuga. Ieri sera ho voluto partecipare alla fiaccolata tenutasi davanti alla fabbrica distrutta dalle fiamme in Via Toscana. Non avrei potuto immaginare dai soli giornali e telegiornali la situazione reale. Centinaia di persone, forse un migliaio, attorno ad un fiume di candele, hanno pianto questi morti domandandosi se e come cambiare un meccanismo che sembra diventato la normalità. La città non è più la stessa, si respira un clima di preoccupazione, diffidenza, odio, rancore e rabbia che tracimano in sproloqui razziali e xenofobi, stimolati dallo sgomento imbambolato delle istituzioni e dalla mancata commistione fra le etnie, che sono via e via più separate dai limiti dell’ignoranza. Mi chiedo quanto si potrà andare avanti in questo modo, e quanto velocemente questo episodio verrà dimenticato. Perché sarà indubbiamente così, ormai dimentichiamo tutto, siamo capaci di passare alla notizia successiva in un batter d’occhi, ingurgitiamo immagini sanguinose a ripetizione, faticando a separare quelle reali da quelle cinematografiche, e omettiamo di fermarci ad indignarci.