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Tutto su Siviglia

Avenida de la Costitución

Capitale dell’Andalusia, nella Spagna del sud, regione vasta ed autonoma dal clima mite in inverno e torrido in estate, Siviglia si conferma, come ricordavo dalla mia prima visita nel 2008, una città spettacolare e fra quelle che amo di più in assoluto. E’ questa la stagione migliore, insieme all’autunno, per visitarla senza soccombere al caldo che, in Luglio ed Agosto, segna il record europeo. Il centro storico è fra i più vasti d’Europa e si suddivide in più zone dalle distinte anime e caratteristiche, una serie di barrios tutti splendidamente ricchi di cose da vedere e fare.Nel Casco Antiguo, cuore turistico, sorge la Giralda, oggi torre campanaria dell’immensa Cattedrale Gotica, che fu minareto della moschea moresca al tempo della dominazione araba. Adiacente alla Cattedrale, spicca il meraviglioso edifico de l’Archivo de Indias, al cui interno sono custoditi milioni di pagine di migliaia di manoscritti dalla scoperta dell’America in poi: particolarmente emozionante è leggere le pagine redatte da Cristoforo Colombo, sepolto nella Cattedrale, che descrivono lo sbarco ad Hispaniola, leggere il dizionario delle parole dei nativi americani o ancora l’elenco dei prodotti scoperti, assaggiati ed importati dal nuovo mondo. Siviglia è stata la porta di partenza e ritorno dalle colonie, a questo si deve la sua dimensione ed importanza. Percorrendo la vastissima e pedonalizzata Avenida de la Constitución verso Sud, si raggiungono con un po’ di pazienza sia la Torre de Oro, altro reperto della dominazione araba, e l’imponente Plaza de España, con l’edificio monumentale a semicerchio. Alle spalle della Cattedrale e dell’Archivio, ecco il Real Alcazar, la fortezza ancora oggi utilizzata stagionalmente dalla famiglia reale spagnola. Regalatevi una visita completa di questo palazzo con i suoi immensi giardini e le sue decorazioni scintillanti di maioliche ed oro, dopodiché, dal Patio de Banderas, immediatamente di fianco, attraversate i due piccoli archi bianchi ed immergetevi nella Juderia, il quartiere ebraico di Santa Cruz, con i suoi vicoli intrecciati colmi di negozi e ristoranti.

Archivo de Indias

Questa è la zona nella quale si concentra la maggior parte dei turisti, i monumenti sopra citati sono tutti conosciutissimi e frequentatissimi e chi dispone di un giorno o due soltanto rischia di fermarsi qua, avendo scoperto appena un quinto della città. Percorrendo invece la principale via di Siviglia in direzione nord dalla Cattedrale, si raggiungono le zone che preferisco. Ecco Plaza Nueva con il palazzo dell’Ayuntamiento  (Municipio), superato il quale due lunghe strade pedonali parallele fra loro, Calle Sierpes e Calle Tetuan, segnano il paradiso dello shopping, con negozi delle marche più note ed internazionali mescolati ad altri di prodotti locali ed insoliti: qualsiasi traversa si percorra in qualunque direzione racchiude una sopresa e, come racconta una nota canzone di Niccolò Fabi, sono le vie secondarie ad offrire i prodotti più interessanti. Spostandoci ad est, è imperdibile Plaza de Alfalfa, alberata e tranquilla zona popolare ed alternativa della città. Da qui, suggerisco una passeggiata nelle calles Perez Galdos e Ortiz de Zuñiga, dove si trovano alcuni fra i negozi miei preferiti. Proseguendo verso est dalla piazza si raggiunge Casa de Pilatos, un palazzo in stile tipicamente andaluso la cui visita merita un posto nel vostro programma.

Metropol Parasol

Le due vie pedonali di cui sopra, in direzione Nord, ci portano fuori dal centro storico/commerciale, ed una volta percorsa la frenetica Calle Laraña e visitato l’imponente Metropol Parasol, una struttura panoramica modernissima a copertura di Plaza de la Encarnacion, avrete visitato praticamente quasi tutto quello che le guide più superficiali vi indicherebbero. Invece, ci sono ancora molte soprese. Dal Parasol, subito a nord si apre uno slargo che ci permette di raggiungere e percorrere la Calle Feria, dal nome dell’omonimo quartiere, lungo la quale si susseguono una serie di esercizi commerciali di svariato tipo. Anche qui, come nel resto della città, le case sono soprattutto bianche con rifiniture giallo ocra, il colore simbolo di Siviglia e dell’Andalusia. Dopo una sosta al meraviglioso mercato coperto, ricco di banchi alimentari e di piccoli ristorantini dalla eccellente qualità, potrete proseguire fino ai resti della cinta muraria di Siviglia e dare uno sguardo al Parlamento Andaluso.

Al termine di Calle Sierpes, dove spicca riconoscibilissima la storica pasticceria Campana, ed al termine della sua parallela Tetuan, di cui ancora una volta userò il termine nord come punto di riferimento, potrete percorrere una delle due proiezioni di queste vie, rispettivamente Amor de Dios e Trajano, per spostarvi ulteriormente a nord e raggiungere l’immensa e spettacolare Alameda de Hercules. Si tratta di uno spazio immenso, alberato e pavimentato, decorato e ristrutturato recentemente con fontane, panchine, tavoli e tettoie coperte e completamente circondato da locali. Inutile dire che la sera questa piazza trabocca di vita poiché offre praticamente tutto: dalle tapas alla cucina internazionale, dal pub al ristorante di lusso, dal cinema al teatro, il tutto con un sapore di festa paesana e una sensazione di rilassatezza. Prima di elencare alcuni consigli, concludo con il quartiere di Triana, oltre il Rio Guadalquivìr, dove potrete ammirare un moderno museo della ceramica e passeggiare su Calle Betis godendo di numerosi locali in cui sedersi a sorseggiare qualcosa guardando lo skyline di Siviglia oltre il fiumeDove Mangiare:

La Giralda

  • La Cantina: il mio pesce fritto preferito in assoluto: affacciato sul lato sud del Mercato di Feria, in una piccolissima corte, questa minuscola ma organizzatissima friggitoria offre pesce freschissimo cucinato sapientemente, ad un prezzo oserei dire ridicolo. Un Frito Variado composto da Alici, Gamberi, Sogliole, Spatola, Baccalà, Merluzzo, Calamari e molto altro, sufficiente per due persone, accompagnato con due birre, appena 14€
  • Bodega Dos de Mayo: a pochi passi sia da calle Campana che da Alameda de Hercules, questo locale di grande successo e molto frequentato offre decine e decine di tapas (assaggi monoporzione). Unica grande difficoltà è la scelta. Ogni tapa costa 2,50€, il servizio è self service ma c’è moltissima disponibilità ed il servizio rapidissimo ed efficiente.
  • Casa Ricardo – Antigua Casa Ovidio: consigliati dal nostro padrone di casa, abbiamo scelto di dare carta bianca al cameriere Jesus, che fino al nostro stop ci ha portato una rassegna di piatti molto elaborati, originali e gustosi. Un servizio eccellente accompagnato dall’elemento sopresa all’arrivo di ogni portata. Lo Chef Ricardo è venuto anche al tavolo a presentarsi, il posto è decisamente particolare, ai limiti del Kitsch poiché tappezzato da immagini sacre e di persone nell’atto di ricevere la comunione, ma anche questo lo rende particolare.
  • Lonja de Feria: ancora una volta al mercato di Feria, stavolta sul retro, dove si apre una corte molto vasta disseminata di micro ristoranti spagnoli ed internazionali, fra loro convenzionati, dove tapeare mischiando cibi peruviani e giapponesi, cinesi e messicani, spagnoli e thailandesi.
  • El Cartuchito: incantevole chiosco affacciato su Plaza de Alfalfa che offre piccoli cartocci di Jamon iberico, Chorizo, Formaggi, Olive ed altri snack, da accompagnare ad una birra o ad un Tinto de Verano (vino rosso e gazosa).

Consigli vari:

  • Come raccomandato dagli stessi Sivigliani, evitare la visita nei mesi di Luglio ed Agosto
  • I negozi mediamente aprono dalle 10 alle 14 e dalle 17/17:30 alle 21/21:30, nelle ore intermedie la città è semi deserta, a causa del caldo, ed anche i principali musei restano chiusi, organizzatevi in modo da poter rientrare ai vostri alloggi per una pennichella
  • L’orario di cena è dalle 21 alle 23:30, siamo molto più ad ovest di Londra ma con lo sesso fuso orario di Roma pertanto la luce solare è spostata di molto in avanti rispetto alle nostre abitudini: meglio dormire un po’ di più al mattino e considerare di uscire per il dopocena non prima di mezzanotte e mezza.
  • Siviglia è una città da suddividere in zone: prendete una mappa del centro e scegliete uno/due quartieri al giorno al massimo: le distanze sono piuttosto elevate e già ad Aprile/Maggio il caldo potrebbe affaticare anche il turista più allenato
  • La Sevilla Card, che consente l’accesso a diversi siti di interesse, a parer mio è conveniente solo se acquistata per la durata di 24 ore e se, nella giornata, si riescono a fare almeno 4 attrazioni. Tuttavia, per le ragioni sopra, questo risulterebbe estenuante e per un risparmio talmente esiguo che a me non sembra valere la pena
  • Alla data odierna, soltanto una linea della metropolitana, esterna al centro, è in funzione. Una unica linea di Tram parte da Plaza Nueva e si dirige a sud/sud est, pertanto considerate solo le vostre gambe, oppure il bus circolare esterno al centro. Gli autobus che attraversano il centro città hanno una frequenza molto bassa e concentrata nelle ore di servizio alle scuole/uffici.

 

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Expo 2015, la mia visita

Prima della mia visita ad Expo, ho passato in rassegna il web per preparare al meglio l’itinerario e devo dire che questo mi ha generato parecchie preoccupazioni. Sulla base di quanto letto su blog e quotidiani, sono partito con la convinzione di trascorrere una giornata in coda durante la quale sarei riuscito a visitare al massimo sei/otto padiglioni e rassegnato al fatto di dover mangiare in un baracchino da strada per evitare i folli prezzi dei ristoranti a tema. Che sia stata fortuna, caso o addirittura merito nostro, tutto questo si è rivelato sbagliato. Ho visitato trentatré padiglioni con due sole code degne di nota, entrambe inferiori ai quarantacinque minuti. Ecco quindi un dettagliato racconto di questa giornata particolare, allo scopo di incoraggiare e invogliare chiunque si fosse lasciato convincere a lasciar perdere.

La nostra giornata è iniziata molto presto, partenza in auto da Firenze alle 5:30 ed arrivo al parcheggio P4 alle 9:00, prenotato rigorosamente online sul sito apposito (link: Arriva Expo Parking). I nostri biglietti, a data aperta e ricevuti in regalo per il mio compleanno, sono stati associati alla data della visita sul sito ufficiale di Expo (link: Gestisci i tuoi biglietti). Raggiunto il varco, ci mettiamo in coda per il check-in al metal detector con sole due persone davanti a noi e per le 10:00, orario di apertura, siamo già dentro all’esposizione dall’ingresso est, il principale. Il viale centrale, lunghissimo ed al coperto per tutta la sua lunghezza (circa un chilometro e mezzo!), si chiama Decumano, come la via principale delle antiche città romane, ed è quindi tutto in ombra. Decidiamo di percorrerlo tutto subito, per raggiungere il padiglione del Giappone, situato quasi in fondo, dove è segnalata l’attesa più lunga e poi percorrere a ritroso tutta l’esposizione. Durante la camminata, veniamo attratti dal padiglione del Brasile, indicato come uno fra i più belli, ed essendo privo di coda decidiamo di visitarlo subito. Prima di cominciare la descrizione dei padiglioni visti, vorrei segnalare a quanti non lo sapessero che è sufficiente portare una bottiglietta d’acqua o un bicchiere, ci sono infatti numerosissimi fontanelli di acqua gratuita naturale o frizzante sparsi ovunque. Noi abbiamo scelto di tralasciare tutti i padiglioni disposti lungo il Cardo (la via perpendicolare al Decumano) dove prendono posto gli stand regionali italiani, semplicemente perché ci è sembrato inutile visitare prodotti e tradizioni che ben conosciamo o abbiamo sempre a portata di mano. Ed ora, padiglione per padiglione, in ordine di visita.

brazil1. Brasile: una enorme rete sospesa sulla quale camminare, permette di “sorvolare” un orto sottostante con le principali specie botaniche brasiliane. L’esperienza è molto divertente e particolare, giunti al termine della rete, in salita, si attraversa il padiglione dal secondo piano al piano terra: non c’è molto da vedere all’interno, il padiglione risulta spoglio e poco propositivo in termini di soluzoini eco alimentari, ma rispetto a molti altri non esce fuori dal tema “nutrire il pianeta” e propone alcune soluzioni abitative e colturali sospese realizzate in ceramica bianca.

Japan2. Giappone: non c’è dubbio, il padiglione del Giappone è il più bello dell’intera esposizione, così bello che sembra provenire da Expo 2050, tanto è avanti rispetto agli altrii. Quarantacinque minuti di coda allietati da un video molto divertente e dalle hostess nipponiche che ci spiegano la visita: si entra a gruppi di 25 persone e si attraversano tre aree principali. La prima, focalizzata sulla scrittura giapponese e la relazione di questa con la natura, è molto minimale ma d’effetto. La seconda sala è qualcosa di spettacolare: un campo di foglie di loto luminose circondato da specchi ed ologrammi dove, tramite un immenso display, si spiegano origini ed evoluzoine dell’agricoltura Giapponese, un’esperienza emozionante e coinvolgente. A seguire alcune sale delle quali non voglio svelare troppo, conducono ad una sala più grande dove quattro enormi mappamondi interattivi spiegano la situazione mondiale in termini di clima, ripartizione del cibo, condizioni economiche e soluzioni possibili, mentre sul maxischermo un filmato adatto anche ai bambini spiega come sia fondamentale nutrirsi in modo corretto ed evitare gli sprechi. Infine, al piano superiore, ci si prepara ad accedere al Ristorante del Futuro, la vera attrazione di questo padiglione e, forse, di tutta l’esposizione. Ci si siede appunto in un ristorante supertecnologico, all’intenro del quale i camerieri si muovono su mezzi di trasporto futuristici ma reali, mentre sul proprio tavolo, al posto del cibo, ciascuno ha un piatto virtuale visualizzato in un touch screen e da gestire con vere bacchette di legno: si può scegliere il proprio menu, conoscere le mille combinazioni possibili di cibo in base alle stagioni e trasportare le immagini dalle ciotoline laterali al piatto centrale per approfondire ogni pietanza, il tutto mentre due animatori cantano e ballano in un clima così travolgente che è impossibile non restare a bocca aperta.

slovakia3. Slovacchia: uno dei numerosi padiglioni fuori tema, a mio avviso. E’ molto piccolo e decorato con strumenti musicali ed artigianato tipico, sembra che la sola cosa che interessi sia promuovere il turismo in questo paese, ma del tema fondamentale nessuna traccia

Russia4. Russia: esteriormente imponente, all’interno è piuttosto spoglio e privo di attrattiva.

Estonia5. Estonia: una galleria di immagini di questo meraviglioso paese, ma nulla che proponga soluzioni o impegno per la nutrizione mondiale

Oman6. Oman: Molto bello, soprattutto esteriormente, dove complice il gran caldo si ha veramente la sensazione di trovarsi in questo paese mediorientale, ma all’interno è piuttosto povero. Tuttavia, è molto interessante la spiegazione della barriera artificaiale sottomarina installata al largo della costa tramite enormi campane traforate di cui è presente un campione, per risolvere il fenomeno dell’erosione e creare un habitat naturale alla fauna marina, opera che sembra avere ben cinquecento anni. Sul retro un enorme ristorante tipico dai prezzi medi.

indonesia7. Indonesia: Esteriormente incantevole, all’interno è un po’ povero di originalità. Lo abbiamo scelto per pranzare: una porzione di Goreng misti a soli 10 Euro

Turkmenistan8. Turkmenistan: Un contenitore. Bello e trionfale, ma praticamente vuoto

qatar9. Qatar: Architettura impeccabile ed importante,  all’interno colpisce soprattutto il progetto di rinverdimento del deserto

morocco10. Marocco: suddiviso in quattro settori, mostra il Paese da Nord a Sud illustrando molto bene colture e culture delle quattro macro aree del Paese: la costa Atlantica, l’Atlante, la zona centrale ed il grande sud che, manco a dirlo, per loro è da intendersi comprensivo dei territori del Sahara Occidentale.

Usa11. Stati Uniti d’America: terribile, probabilmente il più brutto di tutto l’Expo, in proporzione all’importanza del paese. Tronfio ed imponente, all’interno non ha niente. Veramente niente. Non si può dire che sia fuori tema, in quanto non ne affronta alcuno. Salita un’immensa scalinata, ci si trova davanti a Barak Obama che discorre su inutili ovvietà, e qualche pannello informativo circa le dighe realizzate nel territorio, nessuna menzione sul fatto che tali dighe hanno causato un danno ambientale irreparabile, causato l’estinzione di diverse specie animali e compromesso irrimediabilmente molti territori dei nativi americani. Alla vuotezza di tutto ciò, si aggiunge un bar dove si serve il famoso “California Spritz”. Ma non era stato inventato in Veneto? Imbarazzante.

Kuwait12. Kuwait: Mi ha molto impressionato per la spiegazione, completa di plastico, di alcune macrofattorie riealizzate nel paese, e del processo della rigenerazione dal deserto. Il padiglione esteriormente è molto bello. Ad attrarre l’occhio è una  cascata che funziona da sipario, e sulla quale, con getti d’acqua sovrapposti ad arte a quello principale, compaiono alcune scritte in inglese ed arabo.

Ecuador13. Ecuador: Si entra a gruppi e, con una visita guidata, si scoprono le quattro regioni in cui è stato suddiviso il paese: la Costa Atlantica, le Ande, l’Amazzonia e le Galàpagos. Si apprende che è qui che si ha la maggior biodiversità al mondo e si conoscono i prodotti anche grazie a colonnine tramite le quali è possibile odorare tonno, gamberi, cacao, rose ed altre tipicità. Sicuramente, invita alla visita ed è perfettamente allineato al tema principale di Expo, facendo leva sul raggiungimento della quasi totalità di energia pulita derivante dalle centrali idroelettriche, ben il 93%.

Slovenia14. Slovenia: Padiglione delizioso come ci si aspetta da questo splendido territorio nostro vicino di casa. Si scoprono sale minerale, sul quale è possibile camminare scalzi, miele, energia eolica ed acque sia minerali che termali.

Austria15. Austria: L’Austria ha ricreato una foresta tipica tirolese, completa di umidità, sottobosco e temperatura fresca! Un vero refrigerio girare per questo bosco che risulta molto verosimile ed affascinante.

Cile16. Cile: L’affascinante Cile punta soprattutto sui prodotti della regione centrale, in particolare vino e pesce, mostrando in una serie di video proiezioni di tutte le fasce climatiche di un territorio lungo oltre quattromila chilometri.

Turchia17. Turchia: Interamente all’aperto, offre frutta secca gratuita ed una bella scenografia tipica, ma assolutamente niente circa il tema fondamentale

swiss18. Svizzera: Esteriormente spoglio e brutto, questo padiglione fonda il suo tema sul consumo responsabile, con la domanda “Ce n’è per tutti?”. Ha quattro torri riempite rispettivamente con caffè, sale minerale, acqua e mele disidratate. Ciascuno, una volta salito, è libero di prendere prendere quanto vuole di ciò che vuole, senza limite, la sfida è che la responsabilità sia maggiore dell’avidità e che le torri, i cui scaffali scompaiono e si schiacciano man mano che vengono svuotati riescano a non scomparire prima del termine dell’esposzione. Al piano terra, una mostra su Zurigo: probabilmente la cosa più brutta vista ad Expo: una galleria di foto tutte brutte uguali, alternate a sculture fatte con bottiglie di vetro vuote di dubbio gusto.

Italia19. Italia: Il palazzo Italia è immenso e la lunga coda, di quasi un’ora, è stata probabilmente la più grande perdita di tempo della giornata. La desolazione delle stanze e la pochezza di contenuti ci ha lasciati profondamente delusi e negativamente impressionati. Come prevedibile, si assiste alla solita fotogallery sulle bellezze architettoniche del nostro Paese, seguita da quelle artistiche e via e via le solite cose note a tutti, ridondanti e fuoriluogo, senza il minimo riferimento alla nutrizione. Originale la stanza che immagina un mondo senza Italia, e quindi senza le nostre invenzioni e realizzazioni: divertente, ma un pochino arrogante.

Francia20. Francia: Un’unica sala espositiva in un padiglione tutto sommato molto bello al quale si accede attraverso un orto incredibilmente rigoglioso di prodotti tipici. All’interno, un’accozzaglia di elementi artigianali impossibile da focalizzare, che sono esposti fin sopra alle pareti. Nessuna traccia del tema principale.

Olanda21. Olanda: Padiglione decisamente fuori dal coro: sembra di essere in un circo, o in una festa anni settanta. Accompagnati da una musica dance, si percorre questo spazio all’aperto fra roulottes e furgoncini che vendono ogni sorta di leccòrnia tipica, per poi raggiungere un labirinto di specchi ed una ruota panoramica

Spagna22. Spagna: Grafica accattivante e percorso interessante per questo padiglione che spiega le ricette tramite fornelli interattivi e focalizza l’attenzione sulle ricchezze del territorio che, a quanto pare, ha la più ampia biodiversità d’Europa.

iran23 Iran: piuttosto anonimo: si attraversa una sorta di orto all’aperto per poi ritrovarsi all’interno di un mercato tradizionale iraniano con prodotti tipici artigianali. Tema principale non affrontato.

Azerbaijan24. Azerbaijan: Un piccolo padiglione molto ben organizzato e gestito, disposto su tre livelli fra i quali sono incastonate altrettante sfere di vetro contenenti un bosco, una visita virtuale di Baku ed un’esperienza interattiva della cucina locale. Nelle sale, prati di fiori luminosi e sonori che si illuminano e suonano se sfiorati: di grande effetto.

cina25. Cina: Un’imponente struttura in legno che ricorda un’abitazione tipica delle zone dell’entroterra, ospita al suo interno alcune sale che spiegano il rapporto ancestrale fra uomo e cibo e come nei secoli l’uomo abbia modificato il territorio a suo piacimento, contribuendo allo stesso tempo a conservare, proteggere e migliorare il clima. Viene spiegato come le risaie, principale ricchezza del territorio, contribuiscano all’ambiente creando ossigeno ed umidità fondamentali alla vita.

Corea26. Corea: un bianchissimo ed immenso padiglione, futuristico e tecnologico, che fonda il suo tema principale sulla corretta alimentazione: In un percorso che spiega i danni dell’obesità e dello spreco alimentare, propone in un video dinamico e robotozzato la ricetta per la corretta alimentazione. Quale? Mangiare coreano, ovviamente!

thailand27. Tailandia: Avevo grandi aspettative da questo padiglione che, esteriormente, ha la forma di un cappello tradizionale. All’interno, una proiezione video a 360°C di poco impatto e poco interesse, seguita da un filmato in tipico stile reverenziale Tailandese nel quale si imperversa per quasi dieci minuti sulla magnanimità, l’altruismo ed il genio innovativo del loro Re, attribuendo qualsiasi successo tecnologico ed ecologico tailandese solo ed unicamente all’amato sovrano. Purtroppo, nessun ristorante Tailandese all’interno, ma uno shop di cibi in scatola precotti da poter riscaldare al microonde e mangiare sul posto. Una grave mancanza per quella che è, a mio avviso, una delle cucine migliori al mondo.

malesia28. Malesia: Il padiglione ha la forma di tre enormi semi in legno e vetro all’interno dei quali si incontrano, rispettivamente, un video sul territorio un po’ noioso, una ricostruzione della foresta pluviale piuttosto cheap, ed infine una sala esplicativa dei principali prodotti. E’ interessante l’approfondimento sull’albero della gomma e sull’olio di palma, del quale vengono elencate le innumerevoli proprietà ma in relazione al quale si sorvola completamente circa il problema della deforestazione che sta causando l’estinzione degli oranghi. Una mancanza pesante e quasi fastidiosa, che visto il tema di grande attualità, avrebbe dovuto essere supervisionata, smussata e sfruttata allo scopo di puntare un faro su questo gravissimo problema.

Angola29. Angola: E’ lo stato Africano con il padiglione più grande ed imponente. Meravigliosamente strutturato e colorato all’esterno, ha al suo interno una spirale infinita che porta a salire svariati piani, circa cinque, dove vengono spiegati prodotti agricoli ed industriali del territorio angolano, un paese in rapidissimo sviluppo. Gunti sulla sommità, dalla quale si gode di uno splendido panorama, si ha la possibilità di accedere al ristorante tipico, ad una mostra artistica temporanea, o ridiscendere verso l’uscita.

Vietnam30. Vietnam: Riproduce esteriormente una foresta, con i suoi alberi altissimi in legno a sostegno del padiglione. Internamente, tuttavia, non ha nulla di interessante

UK31. Regno Unito: Chi avrebbe mai pensato che gli inglesi avrebbero avuto così poco interesse per l’Expo? Uno padiglione spaventosamente vuoto, contenente una sorta di prato, bruttino ed incolto, nel quale si cammina ascoltando il suono dei grilli provenienti da altoparlanti piantati nell’erba. Stop. Niente di niente, eccetto un bar peraltro molto triste e vuoto.

nepal32. Nepal: Il padiglione, costruito per ultimo ed a tempo di record in seguito allo spaventoso terremoto di qualche mese fa, è bellissimo esteriormente, e mi commuovo al pensiero che la mia amata Durbar Square di Kathmandu, di cui è presente una fedele ricostruzione, non esista più. C’è molta malinconia ed ossequioso silenzio in questo luogo, dove la visita è accompagnata dal suono ininterrotto delle preghiere dei monaci buddhisti in sottofondo.

messico33. Messico: Allegro e giocoso come ci si aspetterebbe, è molto scarno nella sua parte espositiva, e molto frizzante nella sua parte ristorativa.

Grandi assenti: i paesi Scandinavi tutti e l’Australia. Qualcuno conosce il perché?

AlberoAlbero della Vita: Una struttura immensa a forma di albero, realizzato sollevando idealmente la planimetria di Piazza del Campidoglio di Roma. Molto suggestivo, l’albero è circondato da fontane e getti d’acqua che si muovono a tempo di musica. Al calar del sole, lo spettacolo si arricchisce di una scenografia luminosa spettacolare che comprende anche alcuni fuochi artificiali e la fioritura dell’albero stesso. Imperdibile.

In conclusone, penso che Expo Milano 2015 sia assolutamente da vedere, comunque si decida di impostare la propria visita. Sia che il proprio interesse sia rivolto alla cucina internazionale, all’ecologia o semplicemente alla voglia di viaggiare in luoghi che mai riusciremo a vedere davvero, la visita è ben ripagata. Non c’è luogo al mondo che vorrei non visitare, potessi spenderei il resto dei miei giorni esplorando ogni angolo del pianeta. Come sappiamo, una vita non basta, approfittare di questo evento è fondamentale a mio avviso, anche se adesso mi ritrovo con l’ansia ed il desiderio di partire al più presto possibile, destinazione Mondo!

Sei in un Paese Meraviglioso!

sei un paeseLo ripeto continuamente, e chi mi conosce lo sa bene: le carte geografiche mi attraggono e non mi stancano mai, ed è proprio grazie a questo che, ultmamente, ho subito il fascino delle nuove installazioni comparse negli Autogrill di Autostrade per l’Italia: cartografie enormi e molto chiare dell’area intorno al luogo in cui ci si trova e con le indicazioni per raggiungere dalla posizione corrente tutte le principali località turistiche della zona. Una iniziativa lodevole, dal titolo importante e tronfio ma decisamente adeguato e veritiero: “Sei in un Paese Meraviglioso! Scoprilo con noi!” (noi di Autostrade, ndr).

In effetti, la grande maggioranza delle località turistiche, note e meno note, è accessibilie sopratutto grazie alla nostra rete autostradale, una rete pionieristica negli anni 60-70 ma che, nonostante l’amore per la polemica che ci contraddistingue, si difende molto bene ancora oggi per manutenzione ed avanguardia. Ho viaggiato molto in auto, in Europa, Asia ed America, e proprio per questo amo particolarmente le nostre autostrade dalla cartellonistica quasi unica. Basta infatti andare nella vicina Francia, ad esempio, per notare la differenza: qualche cartello riepilogativo delle distanze di alcune delle principali località e nient’altro, in corrispondenza degli svincoli, ci si deve accontentare della sola parola “Sortie”, senza nemmeno un nome di città. Percorrendo le nostre autostrade, invece, incontriamo un cartello ad ogni chilometro che annuncia le uscite successive e le aree di sosta, eredità riadattata e ancora funzionale delle pietre miliari romane, avvicinandoci ad ogni uscita, troviamo una serie di cartelli riepilogativi delle località servite dallo svincolo, ed infine, il nome dello svincolo stesso che prende nome dalla città più importante e vicina che si può raggiungere uscendo. A tutto questo, si aggiungono nomi di viadotti e gallerie, display luminosi ed i pannelli marroni turistici, nati a fine anni ’90. Sembra molto scontato, ma siamo praticamente i soli a possedere una così ampia gamma di informazioni durante il viaggio. 

Questa nuova iniziativa, non si limita ai soli pannelli ed alla cartografia, ma viene accompagnata da una serie di documentari in onda su Sky Arte HD che presentano molte delle località servite da Autostrade per l’Italia, una promozione turistica efficace ed immediata che, per quanto mi riguarda, invita alla scoperta ed al viaggio. Dal sito di Autostrade per l’Italia è possibile visualizzare tutte le cartografie installate, con le relative schede descrittive complete di cucina locale, borghi, percorsi e molto altro. Il turista che decidesse di percorrere il nostro Paese in Auto, avrà così l’imbarazzo della scelta: basta una sosta caffè ed ecco tutte le notizie sul territorio, ovviamente, anche in Inglese.

Tutte le informazioni sono reperibili al seguente link, buon viaggio a tutti, nel nostro Paese veramente meraviglioso, e come dice Cremonini nella sua canzone, così appropriata a questo articolo, “e per quanta strada ancora c’è da fare… Amerai il finale!”

http://www.autostrade.it/sei-in-un-paese-meraviglioso/

Etna days: quando l’anno nuovo inizia col botto.

Lo ammetto, mai avrei pensato o scelto di andare in Sicilia in pieno inverno. Non fosse stato perché quello su Catania era il solo volo abbordabile probabilmente avrei trascorso i primi giorni del 2015 in qualche capitale Europea. Ne ho avuto la riprova continuamente e continuamente dimentico che le scelte più casuali sono le più cariche di sorprese, perciò viva il caso e viva la Sicilia! Appartamento in affitto più che perfetto, brigata da quattro bischeri al primo test pienamente riuscito, luoghi incantevoli. Avevo deciso di impegnarmi al massimo per contenere la mia frenesia; mi sarei concentrato il più possibile sull’ascoltare, il rilassarmi e l’accontentarmi, mettendo da parte la mia instancabile foga di vedere e fare. Sì, avevo deciso che stavolta avrei visto e fatto solo ciò che capitava, senza forzare, per godere il più possibile della compagnia degli altri e del riposo mentale. Ebbene, non ho dovuto fare il minimo sforzo al riguardo: in mio aiuto è arrivata una bella botta di influenza con febbre e mal di gola che mi ha obbligato al freno a mano forzato. Ciò nonostante, oltre alla bella Catania, che abbiamo passeggiato e degustato facendo riecheggiare le nostre risate sulle pareti grigio cenere, siamo riusciti a raggiungere Ortigia, centro storico di Siracusa, e persino le pendici dell’Etna, dove con immenso stupore di tutti ci siamo trovati a scalare la colata lavica del 1992 in barba a freddo, neve e, appunto, febbre. Quattro giorni sereni, di vero stacco, di vero divertimento, accompagnati dalla notoria cortesia e collaborazione di vari personaggi locali fra i quali i nostri padroni di casa, negozianti di intimo ultra ottantenni, anziani beati a passeggio nelle proprie ciabatte, ristoratori dai modi materni, un prete zaino in spalla preso dal volantinaggio, commessi ed artisti dall’instancabile voglia di raccontarsi ed una colonna sonora che fa già parte dei suoni del luogo. La felicità.

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La Lunga Via delle Dolomiti

Una Domenica perfetta come non ne capitavano da settimane, in questa estate piovosa e particolarmente mite. Da mesi avevo letto a proposito di questo percorso, da molti considerato fra i più belli al mondo, e finalmente ho avuto modo di verificarne di persona la bellezza straordinaria. La Lunga Via Delle Dolomiti è una ciclabile che segue il percorso di un’antica ferrovia dismessa nel 1964 e che collegava Dobbiaco in Alto Adige con Calalzo di Cadore in Veneto passando per il passo di Cimabanche, confine fra le due regioni, ad una altitudine di 1529m s.l.m.  E’ possibile raggiungere Calalzo di Cadore in treno, sebbene ad oggi il servizio di trasporto bici su treno da Belluno sia incredibilmente soppresso. Noi, in due, siamo arrivati in auto dopo aver prenotato telefonicamente il Bike n’Bus, servizio di trasporto con bici al seguito che copre tutto il percorso. Chi sceglie di percorrere la tratta Calalzo-Cimabanche in salita, troverà già ad inizio pista un servizio di Bike Service con noleggio e riparazione aperto dalle 8:00. Noi, non molto allenati, abbiamo programmato di percorrere la pista in discesa. La corsa mattutina parte dalla stazione del treno alle 8:50 e ragiunge Cimabanche alle 10:10 e Dobbiaco alle 10:30. Partire da Dobbiaco significa affrontare un dislivello di 350m appena partiti, ragione per cui abbiamo scelto il valico come partenza.

Raggiunto il passo di Cimabanche, siamo partiti immediatamente  verso Cortina d’Ampezzo. Il percorso si addentra subito in un bosco di altissime conifere e si pedala su un fondo di ghiaia pressata costeggiando un torrente che dopo 2km si apre nel Lago Nero. Si scende agevolmente, con una lieve pendenza, raggiungendo in breve la chiesetta dei Santi Biagio e Nicolò di Ospitale, dove sono presenti affreschi del 1200. Il torrente alla nostra sinistra precipita in una profonda gola che superiamo con un ponte e che ci porta sul tratto che fiancheggia il monte Pomagagnon. La vista si apre sull’intera vallata e si ammirano le vette Croda Da Lago, Cinque Torri e Tofane, mentre, superati due tunnel, si raggiunge Fiames e la prima delle numerose stazioni dismesse dallo stile inconfondibile e fiabesco. Poco prima di entrare a Cortina d’Ampezzo, la pista diventa asfaltata e fiancheggiata dal praterie verdissime e perfette. Decidiamo di fermarci per il pranzo al sacco su una panchina dal panorama mozzafiato, prima di parcheggiare le bici e concederci una visita di Cortina. Lasciato il famoso centro turistico, la pista, ancora asfaltata, si dirige verso San Vito di Cadore, allontanandosi più volte dalla Statale 52 prima di ritornare sterrata. Sulla destra appare l’imponente monte Pelmo, o Trono di Dio, e sulla sinistra si è sovrastati dall’Antelao, vetta più alta delle Dolomiti Bellunesi. Superato l’abitato di Vodo di Cadore, il percorso diminuisce la pendenza e si incontra qualche trascurabile salita. Seguono Borca di Cadore, Venas di Cadore, Valle di Cadore, Tai di Cadore e Pieve di Cadore, prima di raggiungere il luogo di partenza, posto a 741m s.l.m.

E’ in fase di completamento il tratto Calalzo di Cadore – Belluno, che andrà a chiudere un percorso straordinario che permetterà di andare da Lienz, in Austria, fino a Venezia e Rovigo su pista ciclabile e che fa del Veneto una regione dal record ineguagliato in quanto a chilometri di Piste Ciclabili. Tutte le informazioni sul sito ciclabiledolomiti.com.

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Mercato Centrale, Firenze

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Durante i miei viaggi ho finito spesso per andare alla ricerca di una food court, un luogo cioè con un’ampia scelta di chioschi e ristoranti che permette in poco tempo di mangiare bene e sedersi insieme ai propri compagni pur scegliendo pasti differenti. Ricordo le food court di Pier 17 a New York, la scenografica distesa di tavolini al Bayside di Miami, Kungshallen a Stoccolma, il caotico Camden Town a Londra e quelle presenti nei modernissimi mall di Bangkok e Pechino. Tutte però, con il comune denominatore multietnico: luoghi come gli Stati Uniti infatti, dove la cucina locale ha una tradizione praticamente inesistente, non possono fare altro che offrire una scelta di pietanze provenienti da tutto il mondo: sushi espresso, pizzeria, self service cinese, burritos messicani, paella spagnola e così via. A Firenze, invece, oggi c’è di più. Al Mercato Centrale di San Lorenzo, struttura restaurata e dalla scenografia senza paragoni, il piano superiore è stato completamente rinnovato ed allestito con un luogo votato al convivio, dove all’insegna di un design modernissimo che non entra in conflitto con la struttura storica, è possibile sedersi a mangiare prelibatezze di innumerevole varietà, tutte però rigorosamente locali e dalla qualità garantita. Gli arredi in legno ed acciaio e la divisa comune a tutto il personale affidano il compito della diversificazione al cibo stesso, che sostiene egregiamente il compito di stuzzicare l’occhio ed umettare il palato. Dalla pasta fresca alla carne, dal pesce ai formaggi, dal gelato artigianale alla birreria, tutto appare perfetto, soprattutto al turista che può finalmente fuggire, con una spesa contenuta, alle piramidi di gelato di polistirolo e cataste di pizze al taglio di spugna traboccanti dalle vetrine del centro storico che da decenni consegnano al mondo un immagine distorta della cucina locale. Io, mi sono lasciato incantare dalla preparazione del panino al lampredotto, anima di Firenze, qui preparato seguendo tutte le tradizionali accortezze del caso, compreso il bagno del pane nel brodo. A completare il tutto, una scuola di cucina che, a giudicare dall’aspetto professionale delle attrezzature e degli insegnanti, sembra perfetta.

Srī Lanka

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Questa volta voglio annotare le impressioni di viaggio mentre ancora mi trovo qui, nell’isola di Ceylon, la lacrima dell’India, la terra del tè, lo Srī Lanka, che significa “isola risplendente”. A risplendere sono i bianchi sorrisi di questa gente dagli occhi gentili e i modi cordiali, persone per lo più molto povere e con scarsi mezzi ma generose ed accoglienti. Uomini dai variopinti sarong, donne dai lineamenti perfetti che sfoggiano lucidi sari e perfette acconciature, bambini che vanno e vengono da scuole in uniformi bianche e linde come nel miglior spot del detersivo e impiegati che si affollano pazienti su autobus lanciati a folle velocità nelle loro camicie incredibilmente linde e stirate anche a fine giornata, nonostante il caldo opprimente. È evidente come pulizia e cura dell’abbigliamento siano importanti mentre è davvero misterioso il metodo col quale si mantengano così perfetti e impeccabili in un clima così impietoso. Il sole regola le giornate. Alle sei, mentre albeggia, al suono delle centinaia di uccellini si unisce il fruscio delle scope di saggina: sono tutti già in piedi a spazzare davanti alle proprie abitazioni. Poco dopo, dalle foreste del triangolo d’oro alle cittadine balneari del sud, si sente la musica del camioncino del fornaio che consegna pane e dolci: tutti con lo stesso brano: Per Elisa di Chopin. I tuk tuk, onnipresenti, sono già in giro e gruppi di bambini in bianco ed azzurro si incamminano verso le scuole. Ebbene, lasciando alle foto il compito di mostrare i siti archeologici e le meraviglie naturali (foto che aggiungerò al mio ritorno) e prima di passare al diario, concludo dicendo che non fosse per l’orrenda abitudine di gettare i rifiuti dove capita, rendendo le strade un fastidioso corridoio fra le bottiglie e le buste di plastica, questa terra potrebbe essere davvero il paradiso.

DIARIO DI VIAGGIO

DAY 1: COLOMBO

Colombo di Domenica ci accoglie deserta. Lonely Planet segnala siti di interesse che si rivelano in realtà molto poco attraenti, tutti i negozi sono chiusi ed i guidatori di tuk tuk, come già sperimentato in Thailandia, provano ad obbligarci alla visita non richiesta di venditori di pietre preziose anziché trasportarci semplicemente alla destinazione richiesta.  Calura e stanchezza accumulata in un volo insonne, a causa dei bambini urlanti, ci portano a preferire la stazione di Fort come luogo di attesa (interminabile) del treno per Anuradhapura. Arriviamo alle 1840, col desiderio di sbarazzarci del pesante zaino e fare una doccia. Il B&B Senowin è grazioso, la camera semplice ma carina, una rapida cena e poi, finalmente, a letto.

DAY2: ANURADHAPURA E MIHINTALE

Noleggiamo le bici e partiamo prestissimo per la vecchia Anuradhapura. Si pedala bene nonostante il caldo e seguiamo l’itinerario da sud a nord nell’immensa area delle rovine. Togliamo le scarpe come da costume locale per accedere ad ogni tempio: il pavimento è rovente e spesso ci ritroviamo a correre verso l’ombra. La vegetazione è stupenda e il sito meraviglioso, ma l’area è davvero immensa. Alle 14 siamo già nella zona nord, quella del Monastero di Abhayagiri, dove si concentrano i siti più famosi: le Twin Ponds, la Elephant Pond ed il Buddha seduto. Terminiamo la visita e rientriamo con l’intenzione di visitare già oggi anche Mihintale. Pranziamo in un ristorante a buffet di Riso & Curry locale: ci si lava le mani e, dopo aver posto una gande foglia di loto sul piatto, si sceglie la qualità di riso e la varietà di accompagnamenti da una fila di contenitori in terracotta:  il cibo è ottimo e la spesa ridicola. Preso un autobus, raggiungiamo la ripida scalinata che ci porta sulla vetta di questa collina dove, si narra, l’antico Re di Anuradhapura si convertì al Buddhismo. La vista è splendida e fino al tramonto, in tutta calma, ci godiamo questo sito assieme a pochissime altre persone. Organiziamo con un guidatore di tuk-tuk il trasporto verso Sigiriya per l’indomani, comprensivo di soste al Buddha di Aukhana ed alle rovine di Ritigala: ci sembra il modo migliore per non saltare questi due siti come saremmo costretti a fare usando autobus o treno. Ceniamo in un “hotel”, nome che qui è sinonimo di trattoriai: mangiamo un Kottu Rotti, tagliolini saltati con verdure carne e formaggio mentre assistiamo, con gli altri commensali, alla partita di cricket SriLanka-Australia in tv.

DAY3: VERSO SIGIRIYA

L’autista col quale avevamo preso accordi, inspiegabilmente,  non si presenta all’appuntamento e dobbiamo chiamarne uno tramite il B&B. Si tratta di un signore piuttosto anziano con un vecchio tuk tuk che per la stessa cifra ci porterà a destinazione eliminando però la sosta a Ritigala. Il viaggo è lento e piuttosto lungo e quando finalmente arriviamo al Buddha di Aukhana ci sembra di aver viaggiato per giorni mentre in realtà sono passate appena due ore. Questo Buddha è stato scolpito da un unico blocco di roccia, al quale rimane unito per la schiena. C’è anche una scolaresca in gita a visitarlo che aggiungendo quel tocco di magia in più all’intero sito. Ripartiamo, sembra che il nostro autista non sia molto pratico delle strade ma dopo un paio di direzioni sbagliate arriviamo comunque nel caos di Dambulla  che però, cambiando programma, decidiamo di non visitare perché troppo stanchi e perché il grosso zaino è veramente insopportabile a queste temperature. Ci trasferiamo a Sigiriya. Inizialmente ci prende un po’ di sconforto: il Choona Lodge è sperduto nella jungla, non esiste un centro urbano (nuovo errore di Lonely Planet) e tutte le comodità sono irraggiungibili a piedi. Tentiamo infatti di seguire il sentiero di accesso al sito Unesco per poi aggirarlo a sud e trovare il paesino indicato dalla guida, ma le distanze sono veramente grandi e impieghiamo oltre due ore di cammino, sebbene in un paesaggio straordinario, per poi scoprire che non c’è alcun paese, ma una fila di casupole con un ortolano e un alimentari. Il caldo ha la meglio e decidiamo di rientrare. Prima però, su suggerimento del gestore, facciamo una passeggiata nei dintorni del nostro alloggio ed è qui che apprezziamo maggiormente la posizione in cui ci troviamo: oltre il nostro giardino, una grande roccia permette la vista su un lago molto selvaggio pieno di uccelli, bestiame e persone che fanno il bagno: il tramonto è superbo. La cena, cucinata dalla proprietaria, è nuovamente a base di riso e curry ma  è deliziosa, la migliore finora. La serata la passiamo guardando una serie tv sull’iPad.

DAY4: LA SCALATA DI SIGIRIYA

Mancano pochi minuti all’apertura della biglietteria e noi siamo già davanti allo sportello. Ovunque abbiamo letto quanto sia indispensabile partire presto per evitare il caldo, ma quello che mi preme maggiormente è evitare la folla e infatti, accediamo ai meravigliosi resti dei giardini reali che circondano la formazione megalitica di Sigiriya per primi, nella fioca luce dell’alba. Ci dirigiamo dritti verso gli scalini che portano alla sommità, rimandando la visita dei giardini al ritorno. E’ una salita lunga e faticosa ma altrettanto straordinaria ed abbiamo la fortuna immensa di viverla tutta per noi, nel silenzio assoluto. Giunti sulla vetta, dove solo un solitario cane randagio aspetta la nostra compagnia, ci prendiamo tutto il tempo per il riposo, le fotografie e l’esplorazione. Ci sediamo su un muretto a strapiombo dal quale si ammira l’area circostante, fino alle montagne a sud verso Kandy. Quando ripartiamo, l’area brulica di turisti e nella discesa incrociamo un unica interminabile processione di persone che, mi spiace per loro, non sapranno mai cosa significa vivere questo posto in solitudine e pace. Visitiamo tutta la zona sottostante con calma e sempre da soli, mentre tutti stanno ancora arrampicandosi e nessuno è ancora ridisceso. Nella tarda mattina siamo già a Dambulla, il bus ci lascia abbastanza vicino all’ingresso delle famose grotte dai numerosi Buddha, ma decidiamo di pranzare prima di affrontare questa nuova salita. Il ristorante, dove ancora una volta ci viene servito riso e curry, è gestito da un signore che, appena scoperta la nostra provenienza, insiste perché Nicola parli al telefono col figlio che ha vissuto a Firenze e si è sposato con una italiana. La salita al tempio di Dambulla è ripida ed estenuante, siamo costretti a fermarci un paio di volte prima di arrivare a destinazione, ho la sensazione di respirare fuoco tanto è calda l’aria. Il tempio è particolare, opulento e colorato all’interno, tuttavia artisticamente parlando non contiene poi queste grandi opere d’arte se comparate alle nostre dello stesso periodo: vero è che ogni etnìa ha avuto ritmi e storia diverse, ma in assenza di ragioni religiose, onestamente, osservare decine e decine di statue in cemento identiche fra loro e realizzate con uno stampo, non riesce ad affascinarci granché. Ritorniamo al nostro alloggio ed il figlio quindicenne del nostro albergatore, che compie gli anni proprio oggi, è davanti casa ad attendermi perché, come invece avevo dimenticato, avevo promesso di fare una partita a Cricket con lui. Sono distrutto ma non so dire di no ed anche se la cosa è molto divertente conto i minuti che mancano al tramonto per potermi finalmente riposare. Lui e la sorellina sono molto bravi a battere ma quando la palla viene lanciata in giardino o nella boscaglia oltre la strada, correre fra sassi e sterpaglie è un vero dramma per i miei piedi occidentali così snaturati.

DAY5: POLONNARUWA

Nuovo tour, nuovo autista. Un tuk tuk ci preleva alle 7:30 alla volta di Polonnaruwa, 55km a est di Sigiriya. Questo autista, gentile ed umile come, ormai mi pare di capire, tutti i ceylonesi, ci fa visitare le rovine di questa antica capitale succeduta ad Anuradhapura, aspettandoci fuori da ogni tempio e palazzo. Preoccupato che ci si possa perdere, ha insistito per fornirci il suo numero di cellulare e ci guida da sud a nord selezionando per noi quali e quanti punti di interesse vale la pena visitare e quanto tempo dedicare ad ognuno. Attorno a mezzogiorno, decidiamo di invitarlo a pranzo lasciando scegliere a lui il ristorante anche perché tanto la pietanza, abbiamo ormai capito, è la stessa. Proviamo a consumare il riso con le mani come da costume locale, ma ci risulta impossibile nonostante l’impegno, e ci arrendiamo ad un comodo cucchiaio. Sulla via del ritorno il nostro autista rallenta davanti a quella che sembra una festa all’aperto, sbirciando dentro con tanto entusiasmo ed interesse che gli propongo di fermarci perché anche per noi è invitante. Siamo a Giritale ed è in corso una festa di fine scuola con vari giochi per bambini organizzati all’aperto: un balletto di piccole ed aggraziate bimbe in arancione, il tiro alla fune dei maschietti ed il gioco della seggiola (tale e quale al nostro), dove girando attorno ad un cerchio di sedie, allo smettere della musica bisogna sedersi eliminando chi resta in piedi. Rientrati, nel nostro piccolo angolo di paradiso ed io, non pago e sollevando Nicola dalla mia incapacità di stare fermo, noleggio una bici e mi dirigo nella vegetazione, seguendo le strade di terra battuta, verso Pidurangala, una roccia simile a Sigiriya: la mia idea è quella di individuare i resti della città esterna alle mura che, secondo una mappa vista al museo, si trova proprio alle spalle dei giardini reali. Insisto fino a spingermi nella vegetazione fitta, graffiandomi le braccia e riempiendo gli abiti di pillacchere appuntite, ma non appena decido di rientrare, con l’urgenza data dal tramonto imminente e dalla pericolosità del buio a causa degli elefanti vaganti, mi accorgo che la ruota posteriore è forata! Spingendo la bicicletta, affretto il passo verso la zona abitata ma la distanza è veramente troppa per anticipare il buio: naturalmente, non c’è segnale al cellulare. Improvvisamente, ecco il mio salvatore: un ragazzo in moto carica me e la bici (che da vero equilibrista tengo sospesa fra noi due) e mi riporta al Lodge.

DAY6: KANDY

Esiste un solo autobus che collega Sigiriya a Kandy e passa alle 6:20 ma siamo disposti a tutto pur di prenderlo ed evitare i due cambi altrimenti necessari. Oltretutto, come ci avevano detto, ci sono un sacco di posti a sedere a disposizione e potremo stare comodi da subito e per tutto il viaggio. Mi era però sfuggito che, oltre alla distanza, avremmo dovuto affrontare un lunghissimo tratto di tornanti a strapiombo, superata, la città di Matale. Arriviamo strapazzati a dovere e con un po’ di nausea attorno alle 11:30 e l’albergo, il Kanda Uda, non ha ancora la stanza pronta per noi. Visitiamo il centro di Kandy un po’ delusi da questa cittadina: ennesima bufala della Lonely Planet che descriveva questo centro, patrimonio Unesco, come un gioiellino coloniale tranquillo e “sonnacchioso” mentre in realtà è un inferno di traffico, clacson e gente pronta a pedinarci per proporci i più inutili affari. Pranziamo in una terrazza panoramica al ristorante History, che dichiara ufficialmente la fine della nostra fiducia in Lonely Planet, e rientriamo in hotel, fortunatamente scoprendo che effettivamente il lungolago a sud del Tempio del Dente di Buddha merita una passeggiata. Disgraziatamente, decido di provare a radermi i capelli con il rasoio che abbiamo portato, ma sia io prima che Nicola poi, facciamo un disastro di scalature e chiazze pelate ed il rasoio si scarica completamente prima che si possa rimediare allo scempio: usciamo di nuovo, stavolta alla ricerca di un barbiere. Veniamo accompagnati da un coiffeur del centro molto spartano ma molto pulito che, capita la situazione, si mette al lavoro regalandomi una perfetta sfumatura al prezzo di appena 250 rupie (nemmeno 2 euro). Nicola mi sembra un po’ provato perciò cedo alla sua richiesta e, a malincuore, accetto di andare da Pizza Hut  per cena. La pizza non è male, ma ci costa come tutti i pasti fatti fin qui messi insieme.

DAY 7: IL TRENO PER ELLA

E’ arrivato il giorno del treno, quel treno famosissimo che si vede nei documentari e nelle riviste e che si arrampica fra le piantagioni di tè su per i monti della Hill Region. Prendiamo quello delle 8:30 e ci accomodiamo in seconda classe. Ci sono tanti altri turisti a bordo e le 7 ore di viaggio sembrano non spaventare nessuno. In effetti, il panorama muta così spesso che ha un effetto magnetico: scatto centinaia di foto di campi, laghi artificiali, corsi d’acqua, risaie e persino foreste di conifere che ignoravo potessero crescere quaggiù. Arriviamo ad Ella riposati e sereni e quando scopriamo la bellezza della camera che ci attende qui siamo ancora più felici. La cittadina è carina e raccolta, ad una altitudine di 1000 metri. Ci prendiamo un Lassi, bevanda a base di yogurt e frutta, e ci rifugiamo in camera con la cena da asporto sfuggendo ad un acquazzone tropicale che in pochi minuti allaga il paesaggio: fra tutti, questo è decisamente il momento migliore per vivere una vera pioggia tropicale e ci sembra quasi un dono, una cosa estremamente positiva.

DAY8: VERSO SUD

La mattina seguente una sorpresa: ho la dissenteria: il Lassi ha fatto proprio ciò che il nome suggeriva. Me la cavo dedicandomi al bagno dalle 4:30 alle 9:00 circa, poi sto abbastanza bene da fare un piccolo trekking verso il Little Adam’s Peak, ad un’ora di cammino. Si tratta di una vetta molto facile ma molto panoramica che si vede dalla nostra camera. Ci accompagna una cagnolina che Nicola battezza Moira (chissà perché?) e non ci lascia fino a buona parte del ritorno quando, rassegnata alla nostra mancanza di viveri, si aggrega ad una coppia nella direzione opposta. Fatti i bagagli, prendiamo l’autobus verso sud e durante il tragitto ecco la seconda sorpresa: anche Nicola ha la dissenteria, con la differenza che mancano quasi due ore all’arrivo e non c’è modo di andare in bagno. Ha la faccia grigia sfumata di verde e giallo ed un’espressione da cadavere, ma nonostante la mia insistenza decide di non scendere alle fermate intermedie. Quando finalmente arriviamo al nuovo alloggio,  lo vedo sparire per quasi mezz’ora. Ci troviamo a Debarawera, piccolo centro in posizione strategica per il safari che ci aspetta domani. Il nostro ospite è un buffo ragazzotto dai modi pittoreschi che enfatizza con espressioni facciali degne di Paolo Poli ogni frase, a stento rimango serio. E’ gentilissimo e la struttura nuova e pulita. Per cena, appreso il nostro stato, ci prepara un riso bianco con verdure bollite, sale olio e pepe: quello che ci vuole per sistemare l’organismo. Prima di cena, però, ci facciamo una passeggiata al mercato dove trascorriamo un’oretta incantati dalla meraviglia dei prodotti locali.

DAY9: SAFARI

Il nostro ospite si rivela ancor più eccezionale stamattina: abbiamo l’appuntamento con la jeep per il safari nel Parco Nazionale di Yala alle 5:00, e lui per quell’ora ci ha già servito la colazione e preparato il pranzo al sacco sia per noi che per guida ed autista. Partiamo che è ancora buio e quando raggiungiamo l’ingresso del parco un bel gruppo di altre jeep è in attesa dell’apertura: scendiamo tutti per osservare il primo coccodrillo ed il primo elefante dopodiché entriamo nell’area protetta in una lunga fila di mezzi. Inizialmente avanziamo a singhiozzo, perché gli animali da vedere e fotografare sono innumerevoli, soprattutto gli uccelli. Avvistiamo subito anche manguste, bufali d’acqua, gruccioni, varani e cerbiatti, una quantità impressionante di pavoni. Di elefanti però, non v’è traccia, tantomeno di leopardi. Per tutta la mattina proseguiamo seguendo piste di terra battuta in una emozionante ricerca visiva fra la vegetazione. Ci impantaniamo nel fango un paio di volte e poi la nostra guida ci accompagna in un lodge nel parco dove ci viene offerto un tè. Per il pranzo invece ci sistemiamo lungo un corso d’acqua meraviglioso: nel cestino troviamo tagliolini saltati con verdure, banane, cocomero ed ananas. Il pomeriggio scorre velocissimo e solo verso la fine riusciamo ad incontrare due elefanti. Ci facciamo accompagnare direttamente alla fermata del bus per Matara. L’autobus è piuttosto scomodo ed è impossibile sedersi vicini per noi occidentali: i sedili sono quelli che noi usiamo per i bambini. Arriviamo a Matara in circa due ore e mezza e cambiamo bus. L’autista sembra conoscere il nostro albergo a Mirissa e promette di fermarsi davanti all’ingresso. Quando scendiamo dal bus inizia lo sgomento: non solo siamo fuori dal paese, ma il Sun Ray Resort non è altro che l’abitazione di una famiglia che affitta due camere in casa propria e nulla corrisponde a quanto descritto alla prenotazione. Ci prende lo sconforto ma, pensando una cosa alla volta, ci facciamo accompagnare in paese, a piedi e con la torcia su una strada buia e pericolosa, dal figlio della proprietaria. Torniamo in camera e scopriamo che i letti sono di gomma, vi si affonda dentro senza possibilità di muoversi ed il caldo è opprimente, quasi da non respirare. Fuori non c’è la spiaggia privata ed il giardino descritti sul sito ma il retro di altre case che, una volta attraversati, conducono ad un mare privo di spiaggia che si infrange contro la vegetazione. E’ deciso, domattina si cambia.

DAY10: MIRISSA

Ci svegliamo appiccicosi e ancora più stanchi, facciamo una colazione veloce, neppure troppo buona, ed in pochissimo tempo individuiamo un albergo favoloso in paese, ad un prezzo quasi ridicolo con aria condizionata e camera enorme con balcone, proprio davanti alla spiaggia e con lettini propri per i clienti. Prepariamo un discorso di commiato per il Sun Ray, costretti a fingere un’improvvisa partenza causa mancanza di treni per Colombo, e accantoniamo definitivamente la brutta esperienza in quella struttura. Da oggi, il relax sarà protagonista ma prima, resta un’ultima grande avventura: l’avvistamento balene. Prenotiamo per l’indomani e torniamo a goderci il mare dove posso finalmente utilizzare il guscio subacqueo per il mio smartphone e sbizzarrirmi con foto e riprese di pesci straordinari.

DAY11: WHALE WATCHING

Siamo stati davvero previdenti in questo viaggio: abbiamo anche l’occorrente per il mal di mare e prima di imbarcare ci ripassiamo tutti i consigli per evitare di star male. Mi salvo soltanto io, però. Occorrono due ore per raggiungere la zona di avvistamento cetacei, e le passo osservando due pesci volanti e diverse persone che vomitano dai due lati della piccola imbarcazione, incluso Nicola. Non una volta, ma quattro volte, ricominciando dalla nausea al vomito ogni volta come fosse la prima. Ammetto di aver fatto uno sforzo immane per non stare male a mia volta, obbligandomi a fissare l’orizzonte senza mai guardare dentro al balcone, ma ci sono riuscito. Quando finalmente abbiamo avvistato una Balenottera Azzurra e due Balene Grigie, l’emozione è stata purtroppo rovinata per quasi tutti dalle condizioni fisiche. Questa escursione è un’esperienza un po’ controversa: certo è l’unico modo per vedere queste creature e senza dubbio un bellissimo metodo per divulgare ed insegnare il rispetto e l’amore per certi animali, tuttavia si tratta di una pratica piuttosto invasiva. Le imbarcazioni in mare, di vari operatori, erano almeno una ventina. Ogni volta che una di queste barche sembrava in vista di qualcosa, tutte le altre si stringevano a ridosso della povera bestia che, disorientata, pareva voler solo individuare una via di fuga. Sono combattuto tra la meravigliosa emozione di osservare senza toccare e la sensazione di disturbo.

DAY12: OCEANO INDIANO 

Oggi, ho vissuto il mare. Il mare che ogni volta mi rimette al mondo, cura ogni cicatrice fisica e mentale, calma la mia agitazione e la mia ansia e mi rinnova completamente dal profondo. Sono un amante della montagna, del trekking, dell’archeologia e della vegetazione, ma non posso non ammettere il beneficio assoluto che il mare ha su di me. Questo primo assaggio dell’anno mi fa pensare che nella prossima estate dovrei forse dedicare un po’ più tempo alle immersioni ed al nuoto. Non penso proprio a niente, oggi, se non a godere di questa spiaggia bellissima, del cibo straordinario, della musica dei piccoli chioschi e di una rapida visita all’ospedale delle tartarughe.

DAY 13: GALLE

Lasciata Mirissa e sulla via di Colombo, dove il volo ci attende in piena notte, programmiamo la visita di Galle, un forte Olandese circondato dal mare, altro sito Unesco. Lasciati gli zaini al deposito della stazione, attraversiamo la porta delle mura di fortificazione ed improvvisamente ci troviamo… in olanda! Non fosse per le piante tropicali e per il caldo sembrerebbe veramente un borgo olandese: tutto è maniacalmente lindo e curato, i fiori la fanno da padroni. I negozi sono fantastici e non si vendono le solite chincaglierie da turista ma tantissimi oggetti originali ed artigianali creati da stilisti ed artisti del luogo. Galle balza direttamente fra le città più belle che io abbia mai visitato. La giornata è stupenda, siamo appagati da tutto quanto vissuto fin qui, siamo riposati e rigenerati e torniamo pieni di soddisfazione per questo viaggio che è stato più bello di quanto si potesse riuscire ad immaginare.