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Festival delle Luci, Prato

Come noto, la Comunità cinese di Prato è fra le più popolose in Europa. A partire dagli anni ottanta infatti, un numero sempre maggiore di cittadini cinesi è giunto a Prato in cerca di fortuna nel tessile, attività appresa in parte grazie ai pratesi stessi che, nel boom economico, trovarono nella Cina il cliente ideale per vendere i macchinari usati ed ammodernare le proprie industrie. Soltanto attorno alla fine degli anni novanta ci si è accorti della enorme separazione tra la Comunità cinese ed i cittadini pratesi, ma la preoccupazione è arrivata solo nei primi anni duemila, quando la crisi economica ed il basso costo dei prodotti delle fabbriche cinesi,  comunque Made in Prato, hanno provocato la chiusura di centinaia di attività storiche locali. Oggi, che si cominciano ad intravedere timidi segni di ripresa e che si è finalmente riconosciuta una responsabilità del disastro economico anche negli industriali pratesi e nella negligenza degli organi di controllo locali, ci si rimboccano le maniche e si comincia a lavorare per una maggiore integrazione fra le due comunità. I cittadini di origine cinese, moltissimi dei quali ormai nati qui, hanno a loro volta cominciato a comprendere ed applicare le normative locali, si avverte una volontà di miglioramento e redenzione, di imparare dalle tragedie causate dallo sfruttamento della manodopera. Allo stesso tempo, molti giovani pratesi si sono attivati per la creazione di associazioni, attività ed imprese volte a promuovere una conoscenza e collaborazione perché è sempre più evidente come questa particolare realtà sociale sia una risorsa preziosa sulla quale fondare la ripresa della città. Da molti anni si è festeggia il Capodanno Cinese a Prato, ma si è trattato finora di un evento marginale, poco noto e poco partecipato. Quest’anno, invece, si è voluto celebrare in contemporanea con il Festival delle Luci, o delle Lanterne, un evento tradizionale cinese che in origine celebrava l’arrivo delle giovani ragazze in età da marito che si riunivano sotto la luce delle lanterne di carta per incontrare i futuri sposi. La manifestazione è stata un vero successo, grazie all’impegno degli enti locali e dell’associazione pratese Chi-na, nata lo scorso anno e promotrice principale. Buona parte di Via Pistoiese e di alcune vie limitrofe è stata pedonalizzata per permettere sfilate, mercatini di strada e l’esposizione di meravigliose lanterne cinesi a forma di panda, di personaggi della tradizione, di teiere, di maschere e gru, il tutto sotto una volta di lanterne rosse tradizionali. Tra le bancarelle ed i negozi aperti, una folla festosa di cittadini pratesi e cinesi si è mischiata in un clima di festa ed armonia come non si era mai visto prima. Un successo tale che si è già pensato di rendere l’evento un appuntamento fisso.

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L’inferno in città

imageIl Macrolotto, zona industriale di Prato, è una vasta area a sud della città fatta di strade perpendicolari fra loro e fabbriche, tutte di dimensioni medio grandi, nate negli anni ottanta e novanta quando il successo industriale del tessile pratese ha avuto la necessità di uscire dalle case dei cittadini ed espandersi, quando l’economia in crescita repentina vedeva spuntare industrie alla velocità della luce e trovare lavoro era una passeggiata. Una volta diplomati, era sufficiente scegliere le ditte nelle quali lavorare e presentare il proprio curriculum, con la minima fatica. Io stesso ho lavorato nel Macrolotto, dove i ritmi erano frenetici ed il movimento di mezzi e persone riempiva strade, uffici e reparti. In seguito alla crisi, il Macrolotto di oggi è completamente sconvolto. Le strade del Macrolotto sono semideserte, le ditte hanno insegne cinesi e di italiani ne sono rimasti pochissimi, quasi nessuno. Pur immaginandola, non si era percepita la condizione lavorativa di quegli operai stipati in fabbriche dormitorio fino alla tragedia del 1 Dicembre, quando in un rogo hanno perso la vita sette persone recluse in loculi di cartone privi di vie di fuga. Ieri sera ho voluto partecipare alla fiaccolata tenutasi davanti alla fabbrica distrutta dalle fiamme in Via Toscana. Non avrei potuto immaginare dai soli giornali e telegiornali la situazione reale. Centinaia di persone, forse un migliaio, attorno ad un fiume di candele, hanno pianto questi morti domandandosi se e come cambiare un meccanismo che sembra diventato la normalità. La città non è più la stessa, si respira un clima di preoccupazione, diffidenza, odio, rancore e rabbia che tracimano in sproloqui razziali e xenofobi, stimolati dallo sgomento imbambolato delle istituzioni e dalla mancata commistione fra le etnie, che sono via e via più separate dai limiti dell’ignoranza. Mi chiedo quanto si potrà andare avanti in questo modo, e quanto velocemente questo episodio verrà dimenticato. Perché sarà indubbiamente così, ormai dimentichiamo tutto, siamo capaci di passare alla notizia successiva in un batter d’occhi, ingurgitiamo immagini sanguinose a ripetizione, faticando a separare quelle reali da quelle cinematografiche, e omettiamo di fermarci ad indignarci.

Io sono Li

Shung LiL’immedesimazione potrebbe essere il rimedio unico e la soluzione di molte discriminazioni. Fosse possibile calarsi nei panni del prossimo a comando, risolveremmo la maggior parte delle discriminazioni e delle incomprensioni fra le persone. Questo film è un piccolo tesoro che chiunque si ponga in modo duro e aggressivo verso la diversità di uno straniero dovrebbe guardare. Una storia carica di malinconia ed amarezza miste a poetica delicatezza che affronta l’argomento immigrazione in un ottica insolita. Shung Li è una ragazza giunta in Italia dalla Cina che lavora ogni giorno solo per poter pagare il “debito” verso l’organizzazione cinese che l’ha fatta arrivare e che la controlla e comanda con la promessa di far arrivare anche suo figlio, rimasto in Cina, una volta saldata la somma che neppure lei conosce. Dovrà lavorare e dormire senza sosta fino al giorno della “notizia”. Quando un pescatore le offre la sua amicizia le giornate sembrano farsi più facili, ma l’ignoranza di paese e la cattiveria dei suoi aguzzini la costringeranno ad una decisione le cui conseguenze avranno effetti sulla vita di molti. Un film bellissimo per la regia di Andrea Segre

Soia e Tofu, gatti a Pechino

“L’Incredibile Storia di Soia e Tofu” di Pallavi Aiyar. Divorato in poche ore. Durante la lettura non occorre preoccuparsi di giudicare il punto di vista narrativo, felino, come infantile o surreale; si tratta infatti di uno strumento utile all’osservazione dei luoghi e degli eventi di un’ambientazione insolita per la nostra narrativa, di persone e personaggi che non siamo abituati a conoscere e di luoghi magici di cui spesso ci arriva un immagine distorta. Il mio recente viaggio a Pechino mi ha aiutato a visualizzare ogni scena con estrema facilità e piacere, una città che ho amato tantissimo e che racchiude nella sua immensità una varietà di piccoli mondi nascosti. La storia, gradevole ed originale, ha come unico scopo quello di mostrare le caratteristiche di una società che ha la sfortuna di essere bersaglio di numerose etichette negative ma che, tutto sommato, non è molto diversa da qualsiasi altra. Preconcetti e pressappochismo sono soliti condannare i Cinesi ad un’unica tipologia di individuo, niente di più falso e stupido. L’immensa cultura, la storia, le tradizioni culinarie, artistiche, sociali e la traboccante saggezza della cultura cinese emergono nella storia quasi costantemente in uno stile narrativo privo di fronzoli ed inutili metafore. Questo racconto apparentemente facile ha un target vastissimo secondo me, perché si adatta incredibilmente a chiunque,  dal bambino alle prime letture, al lettore in cerca di svago fino al filantropo assetato di approfondire culture ed abitudini diverse.  167pagine, Feltrinelli .

Nel Regno di Mezzo

Questo viaggio ha visto un crollo progressivo e piacevole dei luoghi comuni che accompagnano l’idea che molti hanno del Regno di Mezzo (Zhongguo): la Cina. Una continua scoperta visiva, sensoriale. Shanghai ci accoglie al massimo della tecnologia, accompagnandoci in città dall’aeroporto su di un treno a levitazione magnetica che raggiunge i 430km/h. La città si presenta  proiettata in avanti, non solo nell’aspetto futuristico degli svettanti grattacieli, ma negli spazi immacolati e scintillanti del centro dove regnano ordine e pulizia, tecnica e progresso. A ricordarci di essere in Asia ci pensano gli automobilisti privi di regole e la moltitudine di scooter elettrici che silenziosamente compaiono all’improvviso anche su marciapiedi o zone pedonali. Rimane poco dell’anima di Shanghai antica: una scintillate nicchia di edifici vermigli a Yuyuan Garden, un affollato reticolo di stradine a Qibao e il maestoso lungofiume del Bund. Ci spostiamo a nord sul treno proiettile ammirando una campagna sconfinata ed è Pechino ad avvolgerci completamente rinnovando in me e stimolando in Nicola un piacevole mal d’Asia dal quale è difficile sottrarsi. Beijing, la Capitale del Nord, immensa coi suoi edifici per lo più bassi, si distende in quadrati concentrici attorno alla Città Proibita, nella quale si diventa piccoli e storditi già dopo la prima porta. E’ dalla collina di Jingshan che si può ammirarne l’ampiezza e scorgere in qualsiasi direzione una città che, diversamente da tutte le altre, non minaccia lo sguardo con imponenti grattacieli o mortifica il panorama con ciminiere e tralicci: è una visione armonica, ampia, accogliente. Ne abbiamo conferma attraversando i primi hutong verso Nanluoguxiang, alberato passeggio nella storia costellato da bei caffè e negozi invitanti. Un distretto artistico nato dalla conversione di una ex zona industriale ci meraviglia e appassiona fino a rapirci per oltre mezza giornata. Il verde, per fortuna, continua a dominare la scena, con ampi parchi pubblici disseminati ovunque e viali tutti alberati, vien voglia di cancellare il crescente numero di auto che, seppure ridicolo in proporzione agli abitanti, incombe sulla pace che si respira. Le persone sono cordiali, accolgono con entusiasmo il mio cinese basilare e la comunicazione è sempre divertente. Si percepisce  voglia di individualità nell’uso di moda e tecnologia da parte dei giovani, un risveglio dall’omogeneità mortificante dell’era di Mao.  Tutto questo è ancora più evidente osservando gli anziani esibirsi nei parchi e in ogni piccolo spiazzo a disposizione, al mattino con sedute collettive di Tai-Chi ed alla sera, con una radio improvvisata, in balli di gruppo o di coppia che incantano i passanti. C’è così tanto da vedere e fare che sei giorni volano via in un attimo scanditi dall’ottimo cibo. Infine la Grande Muraglia Cinese, che nella zona di Jinshanling, più genuina e meno turistica, si staglia in tutto il suo originale splendore fin dove l’occhio riesce a vedere.  Ritorno felice, appena più sazio nell’inesauribile voglia di scoperta e conoscenza.

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La Grande Muraglia a Jinshanling

Abbiamo scelto questo tratto di Muraglia perché ancora fuori dalle rotte turistiche e solo parzialmente restaurato. Il restauro invasivo ed eccessivo effettuato nel tratto di Badaling, il più vicino a Pechino, ne ha estirpata l’essenza e la genuinità: bancarelle e corrimano occupano il tratto restaurato a tal punto da sembrare appena costruito. A Jinshanling, invece, la Muraglia è esattamente come in origine, salvo qualche tratto sistemato con le pietre originali, ed è collegata benissimo al tratto più orientale di Simatai, uno dei tratti più scenografici, impervi e impressionanti ancora oggi in piedi. Questo secondo tratto all’epoca della nostra visita era in restauro. Ci siamo rivolti allo YOUTH HOSTEL di Centipede Street a Pechino, e abbiamo scelto un tour in giornata ad un prezzo quasi ridicolo: con 20 Euro ci hanno accompagnati (3 ore circa di strada) al punto di partenza ed atteso al punto di arrivo. Una volta sopra la Muraglia, la sensazione è forte, il cuore batte all’impazzata e l’emozione indescrivibile, verrebbe voglia di percorrerla tutta, in ogni direzione. Ovunque si volga lo sguardo, si intravedono torri e torri a perdita d’occhio. Questo è forse il trekking più emozionante e più coinvolgente che io abbia mai fatto.

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Aspettando la Cina

Aspettando di partire per la Cina ad Aprile, sto cercando di perfezionare il viaggio nei dettagli, come sono solito fare, al punto da aver cominciato anche un corso di lingua Cinese per avere un aiuto ulteriore. Oggi, nel Palazzo Buonamici della Provincia di Prato, è stato presentato questo libro. Solitamente preferisco parlare di libri appena finiti di leggere, ma le premesse di questo volume sono tali che ho voluto parlarne ancor prima di cominciarlo. La città di Prato, come è noto, ha una delle comunità Cinesi più grandi d’Europa, caratteristica che purtroppo continua ad essere vista dagli abitanti come una minaccia, piuttosto che una risorsa. Questo romanzo è la storia fra due ragazzi cinesi, lei nata a Prato e lui arrivato in Italia già adulto, il cui matrimonio è stato combinato dalle rispettive famiglie e che si trovano a fare i conti con le loro enormi differenze perchè troppo italiana l’una e troppo cinese l’altro. Il libro è stato stampato su due colonne, in Italiano e Cinese, ed ha tutta l’intenzione di essere uno strumento fondamentale per calarsi nel punto di vista dei nostri immigrati e per conoscerne le difficoltà. Edito da Idest, 80pagine, 13 Euro.