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Lo chiamavano Jeeg Robot

img_0369I supereroi? Naaaa, non fanno per me. Non sono un grande amante delle trasposizioni cinematografiche dei più noti eroi salva-gente dei fumetti figuriamoci di quelli noti solo ai più attenti lettori Marvel & Co. Invece, questo supereroe, questo Jeeg impostore e improvvisato in una Roma dilaniata dallo spaccio e dalla corruzione, supera qualsiasi documentario, qualsiasi cine-mazzata, qualsiasi saggio o epopea sul tema Bene-Male/Gusto-Sbagliato mai trasmessi finora. Non credo esistano pellicole del genere realizzate in italia ad oggi. Non ha confronto.

Regia e colori pazzeschi, Santamaria prefetto per il ruolo, Ienia Pastorelli meravigliosa rivelazione, musiche e scenografie da cinema esportabile ovunque. Trama e soggetto godibili e narrazione fluida, grande carico di figure retoriche e di morale. Pausa.

Pausa.

Ecco, ora parliamo di Luca Marinelli, che interpreta il cattivo Zingaro. No vabbé, qualcosa di spettacolare. Mettetegli in mano Leone,  Orso, Palma, David e Oscar subito.  È sconvolgente. Sconvolgente!

Correte al cinema ora, subito!

La Città Incantata

spiritedaway-train1(千と千尋の神隠し, 2001, 125′, Giappone). Oggi è il terzo ed ultimo giorno del ritorno al cinema di questo capolavoro del Maestro di animazione giapponese Hayao Miyazaki, un film che ha vinto una quantità di premi e che in molti hanno nel cuore per la poesia ed il carico di emozione che trasmette. C’è stato un gran parlare di questo evento perché non si tratta soltanto di un ritorno, ma di una edizione rinnovata, con piccoli inserimenti prima inediti (circa 6 minuti aggiuntivi) e un doppiaggio completamente nuovo. Non c’è nulla di peggio per un fan accanito come me, che conosco ogni dialogo e sospiro a memoria, che cambiare voci e battute, ed ero veramente scettico al riguardo, finché non mi sono accorto, leggendo su vari forum e guardando la versione in giapponese, che la cosa si è resa necessaria a causa della pessima traduzione dell’edizione originale. In effetti, erano molte le frasi prive di significato nel primo doppiaggo, alcuni fatti erano addirittura stravolti e qualche congettura narrativa intuita con eccessivo anticipo dagli stessi doppiatori, prima che dalla storia. Adesso, finalmente, si hanno le battute tradotte per quello che sono e cioè i versi di una lunga poesia traboccante di figure retoriche, metafore e significati.

Chihiro/Sen: A mio parere ha una voce accettabile, che non si discosta molto dalla vecchia, e mi sono abituato quasi subito. Adesso parla “alla giapponese”, iniziando quasi ogni battuta con “ecco” e rivolgendosi a Rin chiamandola “Signorina Rin”, pronunciando, come deve essere, Lin. La prima volta che vede il bianco drago nel cielo non dice alcunché, mentre il precedente doppiaggio le aveva messo in bocca la parola Haku, svelando anche a noi qualcosa che non c’era modo sapere così presto e che avremmo dovuto e voluto scoprire insieme a lei, che se ne accorgerà soltanto verso la fine.

Spirito Putrido: Nel precedente doppiaggio veniva indicato come “Spirito del Cattivo Odore”: può esistere una divinità del cattivo odore secondo voi? In quale olimpo bislacco? Infatti, è uno spirito certo, ma fin tanto che resta putrido non viene dato sapere di quale tipo di spirito si tratti e neppure Yubaba è in grado di capirlo. Nel momento in cui Sen si accorge che qualcosa lo trafigge, non annuncia più di aver trovato un manubrio, come nel doppiaggio precedente, ma “qualcosa di simile ad una spina”, infatti lei non può sapere, come noi che lo vediamo, di cosa si tratti. Invece, i traduttori del 2002 avevano pensato bene di svelarlo per lei facendole gridare a tutti che ha trovato appunto un manubrio.

Yubaba: E’ la voce più simile alla vecchia versione, ma in questa, ha un tono più autoritario e spaventoso che le si addice molto. Le battute sono molto simili alle precedenti, tuttavia pochi cambi di parole, naturalmente più fedeli, danno modo di capire meglio il suo modo di essere e di trattare Sen.

Senza Volto, Boo, Kamaji, Zeniba e gli altri personaggi, hanno poche differenze con l’originale, ma nel caso degli ultimi due, i dialoghi sono completamente nuovi e anche se può sembrare strano l’uso di parole desuete o termini inglesi (Boyfriend, Good Luck), si tratta proprio di parole precise scelte da Miyazaki stesso.

Se si accantona il lato affettivo del vecchio doppiaggio, che tutti abbiamo in testa e che ci suona familiare, possiamo facilmente capire che questo nuovo lavoro non è altro che un miglioramento, un valore aggiunto, un rinnovato rispetto per quei termini e quelle punteggiature che l’autore ha voluto utilizzare. La storia appare più comprensibile, le parole più giapponesi e quindi più preziose, il film più bello e più romantico. In questo mondo di divinità in vacanza per riposarsi dalle eccessive richieste degli umani, di fiumi sfrattati dall’espansione edilizia e dall’inquinamento, di esseri dediti al lavoro in modo meccanico e senza apparente scopo ma per il solo senso del dovere, si leggono decine e decine di messaggi morali, sociali, ambientali e psicologici. Il tutto, come comune ad ogni storia di Miyazaki, a carico degli adulti, colpevoli di aver abbandonato la memoria della loro infanzia e di aver ceduto alle tentazioni materiali: i genitori di Chihiro sono infatti i soli personaggi dei quali non viene mai mostrato un lato positivo, come invece avviene per Yubaba, col suo opprimente amore materno, o per il personale delle terme, che riconosce la bontà di Sen, e naturlmente per il Senza Volto, reso mostruoso da una logorante solitudine.

Sulle note della sigla finale, sottotitolata e tradotta, l’intera sala è rimasta composta ed attenta, fino all’accensione delle luci, a conferma che questo capolavoro oggi è ancor più capolavoro.

I dieci film che non smetto di (ri)vedere

  1. Il Colore Viola: non c’è niente da fare, questo film mi appassiona ( e ossessiona) da sempre. Potrei guardarlo ogni giorno, e ogni giorno venire travolto e sconvolto, rapito e appassionato, finendo nel solito inevitabile bagno di lacrime guardando Mister che, sullo sfondo di Celie e Nettie che giocano da vecchie, sorride e si pente della sua cattiveria.

  2. Il Favoloso Mondo di Amélie: il surreale altruismo della protagonista, circondata da bizzarri personaggi prigionieri delle rispettive solitudini, filtrati in rosso-verde e la sceneggiatura favolesca e gonfia di sentimento senza essere sentimentale né sconfinare nello stucchevole, sono come un magnete.

  3. Edward Mani di Forbice: il tema della diversità raccontato nel modo più buffo, insolito, drammatico e straordinario. Lo stomaco che sobbalza e si stringe nel crescendo di ingiustizie senza colpa né colpevole e gli occhi che si riempiono della neve che cade sul finale.

  4. La Città Incantata: sullo sfondo sottile del tema ecologico, rivelato soltanto sul finale e comprensibile solo allo spettatore attento, si srotolano tutti i valori più cari alla cultura Giapponese, dall’amore per la famiglia al coraggio, dall’umiltà all’amiciza, dall’autostima al rispetto, passando per la conoscenza dei propri démoni. Credo sia il solo film nel quale nessuno è veramente buono o veramente cattivo, né giusto né sbagliato. Ognuno è sé, nient’altro.

  5. Mine Vaganti: continuo a riguardarlo soprattutto per le sonore risate che mi regala, ma anche per l’affascinante mondo delle menti ignoranti, dell’arroganza fasulla e del cervello collettivo. Quando, cioè, a costo di giocarsi il pensiero, alcune persone preferiscono fondere le proprie idee con quella della gente, in un moralismo di facciata che, come qui appare chiaro, a malapena copre i propri peccati.

  6. Pomodori Verdi Fritti: il trionfo dell’amore e dell’amicizia oltre l’aspetto, l’età e il contesto. Soprattutto, una Jessica Tandy da innamoramento e Kathy Bates superlativa.

  7. Il Signore Degli Anelli: pensare che non amo combattimenti, armature e spade. Nonostante ciò, questa epopea che avvicina lo spettatore ai protagonisti così tanto e così bene catapultandolo in un mondo tanto meraviglioso quanto spaventoso, riesce sempre a trasportarmi completamente nella storia ed il finale, gcosì sofferto e così faticato, è gonfio come pochi della forza dell’amicizia, nella scena dell’addio fra Frodo e Sam, che ogni volta mi fa scoppiare il cuore.

  8. La Vita è Bella: e qua, non servono troppe parole per motivare la visione ripetuta, anche se cento visioni non sarebbero sufficienti a spiegare il genio assoluto di Roberto nell’affrontare l’argomento più orrendo della storia in chiave comica.

  9. Big Fish: le storie di una vita incredibile: struggente e visionaria storia che racconta il momento in cui da figli ribelli e sfuggenti diventiamo adulti e riusciamo ad osservare i propri genitori con occhi diversi, perdonando e cancellando vecchi rancori e preparandoci alla successiva inversione dei ruoli.

  10. Lo Specchio della Vita: un film fuori dal suo tempo, gli anni sessanta, che oggi più che mai andrebbe riguardato per ammirare la capacità del regista, per nulla scontata allora, di trattare il tema della vergogna, del razzismo e della famiglia diversa.

E voi, invece?

Any Day Now

Any Day NowQuando una storia è avvincente, quando la regia è buona, i costumi e l’ambientazione perfetti, quando un attore è straordinariamente bravo (Cumming), bastano cinque minuti per capire che quel film va visto fino in fondo, anche se lo stai guardando in streaming con una connessione pessima ed in qualità bassissma. Certo, in streaming perché da noi non è uscito, non ci sono notizie al riguardo ed il doppiaggio non è stato ancora realizzato. Esattamente come accadde con Precious, poi fortunatamente importato e distribuito, quando una storia è scomoda, non ci sono effetti speciali e nel cast non compaiono i protagonisti delle riviste del momento, non c’è interesse. E’ il 1979, e lo si vede così bene che la sensazione è quella di un film dell’epoca: carta da parati, accessori, costumi, tutto è perfetto, come si addice ad un buon film, ma questo ha in più tonalità, velatura e luce studiate in modo straordinario, è un documentario prima di essere un film.  Si parla del bisogno di famiglia, di istinto, di natura umana, di amore incondizionato, di diversità, di dramma. La storia non è mai melensa. Non si accompagna lo spettatore verso le lacrime del finale, come ultimamente in uso, ma lo si lascia libero di commuoversi  spesso e naturalmente davanti a momenti di stupefacente bellezza o cupa tristezza. La narrazione è leggera, fluida, mai ridondante, e mentre l’anno e mezzo che si racconta sembra scorrere in modo costante, non si ha mai la sensazione di venir trasportati verso una morale: non c’è una morale in questa storia, si viene messi davanti ad una situazione e lasciati liberi di schierarsi, inorridire, apprezzare, immedesimarsi, piangere e, almeno per quanto mi riguarda, arrabbiarsi.

La Grande Bellezza

Toni Servillo è Jep Gambardella

Toni Servillo è Jep Gambardella

Sono profondamente soddisfatto all’uscita dalla sala dopo la visione di questo lavoro di Paolo Sorrentino, in concorso al Festival di Cannes 2013,  non fosse per i soliti cafoni da multisala che non hanno potuto trattenersi dal sottotitolare ogni scena con commenti da salotto: Jep Gambardella, protagonista del film interpretato da un maestoso Toni Servillo, ne avrebbe descritto la maleducazione inquadrandoli in una traboccante descrizione meringata da colti aggettivi dal sapore vintage. E’ uno strano soggetto Jep, solitario intellettuale dallo spiccato cinismo, quasi si bea nell’altrui decadenza usandola come trampolino al proprio narcisismo che lui, arrogantemente, chiama sensibilità. Una sfilata di soggetti “difettosi”, personaggi quasi circensi simbolo di una fetta di società malata e reale verso i quali si prova compassione quasi dimenticando che, incontrandone nella vita reale, il giudizio sarebbe tutt’altro che lieve. Carlo Verdone nei panni di un fastidioso fallito che arranca al seguito di una gallina tremendamente brutta, dentro e fuori; Sabrina Ferilli, stavolta eccezionalmente brava, in quelli di una donna vittima della rozzezza del padre pervertito e di un ambiente burino del quale è ormai una componente fondamentale; Isabella Ferrari impersona una deprimente nullità il cui unico accessorio è la ricchezza materiale, completamente inutile perché accompagnata ad una totale vuotezza. Galatea Ranzi è una saccente scrittrice contro la quale Jep rovescia una scarica di verità verbali così violenta da demolirla e, infine, due parole in più sono da spendere per una stupefacente Serena Grandi che, seppure con un nome di scena, interpreta nient’altri che sé stessa risultando il fulcro riassuntivo dell’intera pellicola: una donna sfasciata al limite dell’umano che rifugge il proprio relitto circondandosi di marionette griffate. La vera bellezza di questo film, non grande ma immensa, è la fotografia. Ogni inquadratura è un arazzo, ogni fotogramma un dipinto, ogni frame un poster. La storia affascina da subito proprio grazie alla luminosità delle immagini, ai colori, al meraviglioso documentario di una Roma che sembra perfetta e che via via va incrinandosi al crescere della percezione dell’amarezza della trama. Sconvolge anche la presenza completamente  sgretolata della religiosità:  giovani suore mai così umane e peccatrici,  reverendi viziosi e stupidi, idoli e santità ridicoli e imbarazzanti. Mi resta una gran voglia di rivederlo ed annotare le tante frasi forti e impattanti che costellano un testo, a parer mio, bellissimo.

Io sono Li

Shung LiL’immedesimazione potrebbe essere il rimedio unico e la soluzione di molte discriminazioni. Fosse possibile calarsi nei panni del prossimo a comando, risolveremmo la maggior parte delle discriminazioni e delle incomprensioni fra le persone. Questo film è un piccolo tesoro che chiunque si ponga in modo duro e aggressivo verso la diversità di uno straniero dovrebbe guardare. Una storia carica di malinconia ed amarezza miste a poetica delicatezza che affronta l’argomento immigrazione in un ottica insolita. Shung Li è una ragazza giunta in Italia dalla Cina che lavora ogni giorno solo per poter pagare il “debito” verso l’organizzazione cinese che l’ha fatta arrivare e che la controlla e comanda con la promessa di far arrivare anche suo figlio, rimasto in Cina, una volta saldata la somma che neppure lei conosce. Dovrà lavorare e dormire senza sosta fino al giorno della “notizia”. Quando un pescatore le offre la sua amicizia le giornate sembrano farsi più facili, ma l’ignoranza di paese e la cattiveria dei suoi aguzzini la costringeranno ad una decisione le cui conseguenze avranno effetti sulla vita di molti. Un film bellissimo per la regia di Andrea Segre

Lo sguardo del Cavallo

Il cavallo è un animale che mi inquieta. Da sempre, faccio fatica a sostenerne lo sguardo e provo un senso di disagio davanti a quegli enormi occhi che ho sempre associato a tristezza, quasi sofferenza. Il volto del cavallo non ha lineamenti mobili e forse è proprio questo che inganna e trasmette un’espressione costante che la nostra innata tendenza ad umanizzare associa alla tristezza. Le pagine di storia uscirebbero sconvolte da un mondo senza cavalli: niente impero di Gengis Khan, conquista del West o Campagna di Russia. Comunque ci si schieri, al cavallo dobbiamo una riconoscenza assoluta ed incondizionata per averci permesso di diventare quello che siamo oggi, per aver rimpicciolito il mondo e ridotto la fatica. Steven Spielberg si inchina alla grandezza del cavallo con il film War Horse, nelle sale in questi giorni. Questa è la storia di un cavallo e della sua capacità di sopravvivere alla stupidaggine umana, un animale col potere di affascinare chiunque incontri nel suo viaggio forzato attraverso l’Europa del primo conflitto mondiale. Due ore di emozione che portano il cuore dello spettatore al galoppo, impossibile non commuoversi. Anche in questo caso, se ne avete la possibilità evitate di guardare il trailer, regalatevi la sorpresa di un film del quale non sapete nulla.