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Quindici anni suicida.

Alzarsi presto al mattino per andare a scuola è un grande sacrificio, lo è stato per ognuno di noi. Ogni giorno il pensiero di un compito in classe, di arrabbiarsi o eccitarsi alla consegna dei risultati, l’ansia di un’interrogazione, o la semplice pigrizia e svogliatezza di affrontare tre ore di seguito di italiano, incomprensibili teoremi di matematica, avvenimenti storici apparentemente privi di interesse. Piccoli e grandi scolari sono sottoposti a stress continui e diversi per tutta l’infanzia prima, e l’adolescenza poi, mentre come soldatini dal pesante fardello a tracolla marciano verso i primi amori, le prime fughe, i primi successi e le prime sconfitte. Queste sono le preoccupazioni massime che ogni studente dovrebbe avere, ma diventa tutto incredibilmente insopportabile quando si è costretti ad avere il timore di un bullo, di un gruppo di teppisti o peggio, di sé stessi. Il viaggio-scuola è più leggero e facile quando a casa c’è una famiglia comprensiva, pronta, e solide basi educative. Nulla si può contro chi questi valori non li possiede e per disgrazia o per colpa coltiva piccoli delinquenti. Ragazzini dal fare arrogante e cafone in cerca di consensi che fanno branco come primati e si coalizzano in cerca di bersagli facili da colpire. Ragazzine da modi e vestiti troppo adulti che istigano e promuovono piccoli teppisti a superare divieti sempre nuovi, come atti eroici a prova di coraggio ed a premio dei quali concedere loro nuovi consensi e nuove sfide. In mezzo a tanti, ci sono poi quegli individui dalla spiccata serenità, solitamente molto intelligenti, ai quali è stato donato un amore giusto, un’educazione impeccabile e mai hanno udito o subito schiaccianti umiliazioni in casa per come sono, per quello che vogliono, per come si sentono, o se è capitato sono sufficientemente forti e determinati a conquistare l’autostima perché hanno capito o stanno capendo chi vogliono diventare: per loro, travolti dall’uragano pressante della ricerca di sè, diventare un bersaglio è quasi una costante. Alcuni reagiscono rifugiandosi nell’autoironia, altri impersonano un ruolo ben preciso nel tentativo di raccogliere approvazione, altri ancora sono così forti e così intelligenti da lasciarsi scivolare addosso qualsiasi freccia, finendo per annoiare i loro aguzzini. Molti, però, ricevono quelle frecce dritte all’anima, con dolore immenso e ferite che mai si rimargineranno, con piaghe che resteranno sempre a fastidiosa memoria di quella che è l’età più delicata di tutta la vita. Qualcuno riesce, qualcun altro solo apparentemente, altri invece falliscono. Sono ragazzini bersagliati per i motivi più disparati: una camminata particolare, brufoli, una macchia sulla t-shirt, scarpe fuori moda, corporatura troppo grassa o troppo magra, capelli pettinati troppo o troppo poco, per i loro gusti musicali, culturali, politici, cinematografici, sessuali.

Qualcuno si adegua, qualcuno si ribella, qualcuno, purtroppo, si rassegna. La morte di questo ragazzo, 15 anni, pubblicamente umiliato, deriso, deformato, schiacciato dalla cattiveria pura e gratuita di un branco di iene è sulla coscienza di tutti, di ognuno di noi. Questo ragazzino ieri, a Roma, che con la forza di pochi aveva accettato sé stesso così presto, ha dovuto pentirsi di essere nato, ha dovuto liberare gli altri dalla sua aberrante, mostruosa, inconcepibile, oscena persona. Nessuno invece potrà mai liberare le coscienze di tutti coloro che, al pari di una pubblica lapidazione, lo hanno ucciso a sassate.

Mio zio Bruno e Mario Monicelli

Mio zio Bruno ha trascorso trent’anni da vedovo. Ottimo cuoco, pollice verde, entusiasmo e forma fisica. Cura della casa e della persona quasi maniacali, una vita serena fin oltre gli ottant’anni. Poi un giorno si è dimenticato il gas aperto e suo figlio, temendo che il padre stesse perdendo la memoria, lo ha portato a vivere con sé. Dopo due settimane, mio zio Bruno si è tolto la vita, impiccandosi, perché mai avrebbe voluto vivere come un peso sulle spalle altrui. Oggi ho visto l’ultima intervista a Mario Monicelli fatta da Vincenzo Mollica. Monicelli si auspicava una morte rapida, immediata, senza dover giacere in un letto in attesa di un brodino. E così è stato.  La vita è una cosa meravigliosa, da vivere con il massimo entusiasmo. Decidere cosa farne è un diritto, il dolore appartiene a chi resta. La chiesa, ovviamente, non ha voluto officiare il funerale per mio zio.  Auspico anche a me stesso una morte rapida, immediata e, possibilmente, inattesa, non programmata. Neppure da me stesso. Ma dovessi dipendere dalle apparecchiature tecnologiche, pretenderei di morire e pretenderei che chi per me si impegnasse in tal senso.