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Cinque Terre, l’Alluvione e Trenitalia

Per festeggiare l’attesissimo arrivo delle maniche corte, ho portato Nicola alle Cinque Terre. Il Sentiero Azzurro non ha paragoni al mondo: camminare nel verde a picco sul mare da un paesino all’altro mi gonfia il cuore. Lasciata la macchina alla stazione centrale di La Spezia, ci siamo affidati alle Ferrovie ed abbiamo raggiunto Monterosso, la più settentrionale delle Terre. Ho scelto questa direzione ricordando con timore l’infinita scalinata che si incontra quasi immediatamente in direzione Vernazza, ma sapendo che, fatta quella, camminare in direzione sud è molto più piacevole e riposante del senso inverso, inoltre col sole nel punto giusto, è possibile regalarsi la prima abbronzatura senza la noia di sdraiarsi a cuocere su un telo e sprecare il proprio tempo. Abbiamo incontrato pochissime persone ed in vari tratti il sentiero è ora provvisto di una nuovissima staccionata in legno e di varie migliorie dopo le frane dell’inverno. Raggiungere Vernazza è comunque impressionante: già dall’alto si percepisce la portata di quella che è stata l’alluvione dello scorso autunno: il lungomare è completamente cambiato ed entrando in paese si affronta il crudo segnale di una tragedia più grande di quanto visto in TV. Rimaniamo in silenzio davanti ad una casa sventrata dalla portata del fango: alla nostra destra una camera da letto sospesa nel vuoto e dall’altro lato una cucina senza pareti. Tra le due porzioni il vuoto assoluto. In paese, camminiamo fra quel che resta di attività commericali ed abitazioni, tutte private di infissi e contenuto. Del fango però non resta niente, il paese è pulito e si incontrano tanti sorrisi fra gli abitanti ed i pochi commercianti che hanno potuto riaprire le attività. Ci sediamo a mangiare sul molo e riprendiamo a camminare verso Corniglia che superiamo dopo una breve visita. Purtroppo, è impossibile proseguire verso Manarola a causa di una frana ancora in corso di riparazione e siamo costretti a ritornare in stazione per raggiungerla in treno, il solo mezzo di trasporto possibile se non si ha una vettura propria. Nel nostro ridicolo Paese però è molto difficile tornare a casa col sorriso: quando non si incontra la fregatura si incontra sicuramente qualche furbo, uno o più maleducati o almeno uno a scelta tra i tanti disservizi a disposizione; sembra quasi una gara al rilancio. Nel nostro caso, la qualità impeccabile del Disservizio Italia consiste nello sciopero dei Treni. Sono le tre del pomeriggio e ci viene annunciata un attesa di due ore. Ci sediamo irritati su un muretto dove ci addormentiamo. Il treno naturalmente arriva soltanto alle sei. Raggiungiamo Manarola e riprendiamo il cammino, stavolta rapidissimo, pianeggiante e costellato da turisti, verso Riomaggiore. La nostra giornata sarebbe terminata qui, con tre ore di intoppo, troppo poche evidentemente per poter essere considerate contrattempo, e così Trenitalia ci sottopone ad una serie di annunci che superano qualsiasi barzelletta cominciando a strillare ritardi in successione aggiungendo del tempo all’annuncio via via precedente, con la cortesia di tradurre il tutto nel caratteristico Inglese maccheronico. E così, quando i minuti di ritardo diventano addirittura ottanta, perdiamo pure forza per arrabbiarci. Rientriamo a casa a notte fonda, con un ritardo accumulato di oltre cinque ore. Il solo pensiero che riesco a formulare è il seguente. Il nostro Paese, che negli spot pubblicitari, nelle campagne ruffiane dei Ministeri e nell’immaginario collettivo continuiamo a voler chiamare il Belpaese, resta un semplice vecchio stivale infangato: per quanto strofinato, sciacquato, rammendato, rimane un vecchio stivale dove lo sport preferito dal cittadino medio metterla in quel posto al prossimo, dove il manifestante ambientalista si raduna in piazza lanciando mozziconi di sigarette a terra, dove il vegetariano moderno grida all’assassinio di agnelli dentro a scarpe di coccodrillo, dove il no-global tatuato denuncia il sistema dall’iPhone e dove, se c’è sciopero, va fatto. Per cosa si sciopera? Che importa, per qualcosa sicuramente.  Quasi un miracolo se alcuni turisti trovano il coraggio di tornare una seconda volta, certamente una fortuna che non abbiano già smesso di arrivare.

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Aeroporto di Pisa

Aeroporto Internazionale di Pisa, un hub in crescita che negli ultimi anni ha aperto le porte della Toscana e dell’Italia centro-settentrionale a tutta Europa, al Nord Africa e, grazie a Delta, anche a New York. Pisa, che molte compagnie chiamano “Florence (Pisa)” sebbene si trovi ad oltre ottanta chilometri dal capoluogo toscano, la città della torre pendente, simbolo nazionale. Da viaggiatore non mi è difficile immedesimarmi nel turista che, superata la porta degli arrivi, comincia a guardarsi attorno ed a farsi un’opinione sommaria del luogo in cui si trova. Lasciare l’aeroporto significa per tutti prendere il treno navetta che collega il terminal con il centro città. Proprio davanti agli arrivi si trova una biglietteria truffaldina che, usando impropriamente il logo “Trenitalia”, vende i biglietti con un sovrapprezzo di agenzia. Alcuni italiani riescono ad individuare il minuscolo cartello che avverte della sovrattassa e si portano al binario sperando di trovare una biglietteria ufficiale. E la biglietteria c’è: automatica. Durata del tragitto 4 minuti, come 4 sono i chilometri, il tutto per 1 Euro e 10 centesimi. Ma la macchinetta è ricoperta dagli avvisi che avvertono che, nonostante la macchinetta sia predisposta, le carte di credito e i bancomat (termine usato anche in Inglese come se lo fosse) non sono accettati. Dopo innumerevoli tentativi, si scopre che neppure le monete vengono accettate e, creando una fila irreale, ci si rassegna all’uso delle banconote. Sorpresona finale: niente resto ma una ricevuta di credito,  pure questa in Italiano, che non comunica neppure le modalità di rimborso. Non ho resistito e, nell’aiutare i malcapitati turisti, ho sentito il bisogno di scusarmi. Ho provato vergogna, come spesso mi capita, per questo assurdo e indegno trattamento. Vergogna che è continuata poco dopo, all’arrivo di un cigolante treno, ricoperto di graffiti e sporco da far rabbrividire. Pensare che ci sono ancora Italiani che viaggiano con l’arroganza di provenire dal paese più bello del mondo!