New York

2002: Appena atterrato all’Aeroporto di Newark , io e Francesco non pensavamo altro che ad andare a dormire. Ci siamo avviati verso la downtown e quando improvvisamente mi è apparsa Manhattan illuminata oltre il fiume Hudson sono rimasto senza fiato. E’ incredibile, non avrei mai pensato di provare un brivido del genere. La città è così ricca di cose da fare e vedere che due settimane sono sembrate un giorno. Naturalmente tutto questo preso dalla frenesia, dall’ansia di vedere questo o quello e di recarsi ogni giorno in un posto diverso.
2006: La seconda volta, coi piedi molto più a terra, si sono mostrati con tutta la loro violenza anche gli aspetti negativi di questa megalopoli, che sono ahimé tantissimi. La città non ha un’anima propria, vive e respira di un mescolone di tradizioni altrui, lingue altrui, pietanze altrui. I musei sono gonfi di opere provenienti dall’Europa, l’architettura è fredda e nuova, non ci sono zone pedonali ne un vero e proprio “centro città” e per noi italiani, abituati a vicoli e viuzze dove nessuno ti investe, è una cosa di cui si sente molto la mancanza. Ciò nonostante esiste un differente tipo di “intimità” e la si può trovare nelle pittoresce viuzze del West Villane, oppure appena dopo il Ponte di Brooklyn. Credo che questa città più di ogni altra appaia diversa a ciascun osservatore, conta soprattutto lo spirito di chi guarda e che cosa ci si aspetta di trovare.

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