Diario Laos 2009

15 Giugno Volare continua a non piacermi e per tutto il volo da Roma a Bangkok non chiudo occhio. Dopo cinque ore di attesa in aeroporto, il volo per Luang Prabang è invece calmo e perfetto. All’arrivo mi viene rilasciato un visto di un mese, esco all’aperto e trentanove gradi mi arrivano di colpo, l’umidità segnalata da un piccolo barometro a lancetta è al novanta per cento. Una chiacchierata con un tizio in coda alla dogana mi fa guadagnare un passaggio in pick-up fino in centro , lui è australiano ed il suo inglese mi risulta più difficile del lao. Indosso ancora i jeans e vorrei poterli sfilare e gettare in un cassonetto. Ho sonno, bisogno del bagno e sono fradicio di sudore. Cambio cento euro per un rotolo gigante da oltre un milione di kip dopodichè raggiungo la Vanvisa Guesthouse, che ho scelto da tempo grazie alla guida. Tolte le scarpe, seguo una ragazzina fra tappeti e bambini urlanti, mi mostra la loro camera migliore e pago per tre notti. Il pavimento della stanza è in legno, c’è un lettone matrimoniale, un bagno spartano ma pulito e ben tre finestre con zanzariere; invece del comodino una scultura antropomorfa di legno alta quasi quanto me mi fissa ovunque mi sposti. Fatta la doccia mi butto sul letto ma guardando le finestre mi accorgo che qualcosa non torna, mi alzo per toccarle e solo allora capisco che non ci sono i vetri, ma solo le zanzariere. Fuori vedo un barbecue enorme e l’odore che mi entra in camera non mi dispiace, decido comunque di rimettere tutto in valigia prima di trasformarmi in un pasto per tigri ambulante. Provo a dormire ma non riesco. Esco. Dalla collinetta adiacente un suono di tamburo e sonagli attira la mia attenzione, salgo la scalinata e mi siedo a guardare un gruppo di monaci bambini che si affaccendano attorno al tempio, alcuni di loro percuotono un tamburo appeso orizzontalmente dentro un tabernacolo. Sorridono e salutano provando il loro inglese. Poco il suono del gong viene rimpiazzato da quello dei tuoni. Nel giro di dieci minuti il cielo si fa nero e sembra notte, saluto a mani giunte ‘sabaidee’ e mi incammino giù per la scalinata. Salvezza: un internet point in cui rifugiarmi mentre il monsone scarica un fiume d’acqua in questo posto incantevole. Trascorsa mezz’ora mi faccio coraggio ed esco che ancora diluvia e quando arrivo alla guesthouse mi toglo le scarpe ed entro gocciolante. I bambini ridono. Cerco la signora e chiedo se posso cenare con loro. La signora mi propone il laap, il piatto tipico laotiano. Adesso ho la certezza di essere il solo cliente. Mi porta in cucina e mi fa scegliere fra carne e pesce ma le rispondo che mangerò quello che avrebbe cucinato comunque e che non ho problemi. Mi sembra soddisfatta e mi dice che sarà pronti per le otto. Mancano ancora tre ore, sono rilassato come mai e questa casa ha un fascino esagerato: davanti alla mia stanza c’è un lungo tavolo da quattordici coperti dove mi siedo a scrivere il mio diario. Poco dopo la signora compare con un tè da lei stessa coltivato e preparato che trovo ottimo. Stavolta vado a letto davvero e crollo all’istante, mi sveglia la figlia della signora per la cena e mi siedo al tavolo con i due uomini di casa. Il laap è una sorta di misto di verdure con brodo, piuttosto amaro a dire il vero, che però mangio con entusiasmo anche se ogni tanto mi trovo a sputare delicatamente qualche ossa di animale non identificato. A centro tavolo c’è invece una frittura di pesciolini del Mekong pescate da uno dei due commensali che ho di fronte. A fine cena ci viene servito un ananas dal sapore mille volte più intenso di quelli che giungono da noi. Dopo cena vado al mercato notturno, ritrovo di tutti i turisti. Fra le bancarelle di prodotti artigianali incontro qualche altro falang (straniero) ma non molti a dire il vero. Ci sono stoffe di ogni genere, borse, maglie e oggetti in legno e vimini, carta di riso e seta. Mi tenta un copriletto fantastico ma mi frena il pensiero del poco spazio nello zaino e resisto all’acquisto. Il cielo è di nuovo stellato, faccio una passeggiata per alcune vie deserte ma alle dieci sono già a letto.

16 Giugno Mi sveglio alle otto e decido di seguire l’itinerario suggerito dalla guida Lonely Planet. Per prima cosa mi reco da Big Brother Mouse, un’associazione dove compro alcuni libri di scuola che verranno donati alle scuole dei villaggi del nord che non possono comprarne. Poi procedo fra case bianche e templi, le strade sono perfettamente pavimentate ed i marciapiedi in mattoni rossi. Il cielo e’ velato ma fa molto caldo. Mi ritrovo così al mercato dei generi alimentari, un mondo a parte davvero. Nessun turista oltre me che indosso una maglia senza scritte e pantaloni lunghi di lino, forse grazie ai capelli rasati e l’abbronzatura qualcuno neppure si accorge di me. Mi tradisco quando sgrano gli occhi davanti ad una bancarella nella zona carni che vende decine di grassi rospi in una ciotola e alcuni varani, un paio sopra il metro di lunghezza, con mani e piedi legati e che si guardano attorno in attesa di venir acquistati e cucinati. Una signora mi chiede se va bene il varano che sto accarezzando ma la figlia la rimbrotta subito dicendole che sono un falang. Mi riguardo dal fare foto e mi limito a rubare un paio di scatti da alcuni punti coperti o quando nessuno mi osserva. Sul lungofiume compro il biglietto dell’autobus per Sainyabouli, la mia prossima meta, verso cui partirò dopodomani. Raggiungo il tempio principale della città: il Wat Xieng Thong. Tolgo i sandali all’ingresso del giardino e le lascio lì, mi pare inutile fare un continuo leva e metti ad ogni edificio e quindi rimango scalzo per tutta la visita. La fortuna mi assiste e nel Sim principale è in corso una cerimonia: i monaci, che al mattino raccolgono le offerte in cibo, si apprestano a consumare il loro unico pasto della giornata davanti ad alcuni fedeli. Capisco subito che alcuni dei fedeli sono i genitori dei monaci bambini. Farsi monaci infatti e’ una tappa obbligata che aggiunge prestigio alla vita di ogni buddhista ed ognuno per un minimo di tre mesi si fa monaco nella propria vita. Finita la preghiera collettiva, comincia la sfilata dei vassoi di riso, verdure e involtini di foglie di banano mentre alcune signore lanciano petali di fiori tutto intorno. Fare foto è quasi un delitto ma quando la signora che ho di fianco mi incita mi faccio coraggio e immortalo qualche scena. Sempre scalzo mi aggiro fra i vari edifici attorno al giardino dove è custodito un carro funebre regale ornato da sette teste di serpente ed una piccola cappella all’interno della quale c’è un Buddha di ferro pesantissimo che si deve provare a sollevare per tre volte dopo aver espresso un desiderio: ci riuscirà soltanto chi merita che il desiderio venga esaudito. La visita al tempio mi occupa un paio d’ore ma avendo deciso che in questa vacanza non sarò mai schiavo del tempo, non ho l’orologio e quindi non so bene che ora possa essere. Dopo la visita al tempio la Lonely Planet mi porta verso un ristorante di nome Tamarind. Sembra un bel posto e ci sono diversi clienti ma proprio a fianco c’è un ristorante gemello e deserto con una bambina dentro che mi guarda come dire scegli me. Entro ed ordino un Riso saltato con Verdure e la famosissima Beerlao, la birra nazionale. Forse il miglior pasto fatto finora, davvero. Dopo pranzo taglio la penisola che il centro storico forma fra i due fiumi e dal Mekong mi affaccio sul Nam Khan. Sono sul lato opposto della collina che sorge in mezzo del centro e scopro un gran numero di locali semideserti, la sera qui deve essere davvero pieno di gente. Il sole mi riporta in camera, mi sto ustionando la cute del capo, faccio una doccia ma quando chiamo la signora per capire come funziona il ventilatore si scopre che è rotto e vengo spostato nella camera adiacente, che mi sembra persino migliore. Sono appena le tre e mezza ed ho visto già così tante cose oggi! Dormo un ora e alle diciassette esco per salire la collina di Phou Si per osservare il tramonto. I trecento gradini sono praticamente al buio, talmente è fitta la vegetazione. Giunto sulla sommità scopro un tempio piccolo e cadente dal quale la vista toglie il fiato. Il colle è la sola altura della città e si vede tutta la valle, persino la pista di atterraggio dalla quale sono arrivato. Verso ovest, oltre il Mekong dal colore fangoso, il sole comincia a scendere, verso est invece dei nuvoloni neri fanno capolino dai monti Annamiti e si sentono i primi tuoni. Diverse persone sono in attesa del tramonto. Passo gli ultimi momenti di luce a fare foto e riprese ma mentre il cielo si tinge di rosso da un lato, dall’altro un sipario d’acqua scavalca i monti e si avvicina lentamente, come una tenda a perfetta chiusura di una giornata scenica. Fa buio velocemente e alle sette comincia il diluvio. Indosso il mio k-way dal quale ho imparato a non separarmi mai. C’è un’altra scala che scende la collina ma appena la imbocco un gruppo di cani sbuca da un cespuglio e mi ringhia contro per rimandarmi indietro. Quattro monaci bambini dietro di loro li richiamano e ridono indicandomi di scendere da dove sono venuto. E’ così buio che non si vede niente, sento un forte vento sopra di me e il rumore dell’acqua ma su di me cadono solo i fiori bianchi e gialli dei frangipani, mentre né la pioggia né il vento riescono a passare al di sotto.

17 Giugno Sveglia alle cinque e mezza per assistere alla processione dei monaci, la città è già in piena attività e i negozi già aperti, ma i monaci sono già passati ed ho fatto tardi. Domani avrò l’ultima possibilità. Faccio colazione e noleggio una bicicletta per dirigermi Ban Xang Khong, villaggio noto per la produzione di tessuti e carta. Lascio il centro dal ponte ciclopedonale e chiedo più volte informazioni finché vengo indirizzato in una stradina tutta terra, fango e pozzanghere che si addentra nella foresta. Pedalo per una ventina di minuti poi una bambina con la sua bicicletta rosa mi viene incontro. ‘Hello we’iugo’?’ mi chiede. Rispondo, e mi indica di seguirla. Pedaliamo fianco a fianco per altri dieci minuti finché mi annuncia che sono arrivato, saluta e se ne và. Arrivato? Sono in un piccolo spiazzo con dieci capanne, alcune con un telaio a mano ed un negozio annesso. Compro alcune sciarpe ed assisto alla tessitura, poi entro in un negozio di carta e compro un grande foglio bianco e grezzo ed un diario su cui trasferire il mio racconto di viaggio. Mi viene spiegato che per ricavare questa carta si usano escrementi di elefante, strano perché in realtà profuma. Torno in camera a posare gli acquisti, troppo delicati per un eventuale acquazzone, e riparto con meta le cascate Tat Kuang Si. Sono trenta chilometri verso sud, di cui molto in salita, forse pretendo troppo dalla mia bicicletta senza marce. Infatti, quando mancano ancora venti chilometri il tamburo del freno posteriore esce di sede e la ruota si blocca. Scendo per dare un’occhiata ma immediatamente si ferma un ragazzo in scooter che col suo “no problem” si mette al lavoro. Purtroppo l’unica soluzione è togliere il freno perciò decido di tornare indietro e non salire oltre, avendo un solo freno rimasto. La sorte mi assiste e incappo in un cartello che indica ‘Cascate a 1 km’. Saranno meno famose ma almeno vedrò delle cascate! Svolto e sempre sullo sterrato le raggiungo. Un piccolo paradiso, una laguna favolosa e soprattutto delle farfalle grandi come la mia mano tutt’intorno. Entro in acqua facendomi largo fra grosse amebe argentee che sgambettano dappertutto. Che bellezza, ho il mio massaggio laotiano naturale e gratuito: entro sotto la cascata e il getto quasi mi sbuccia le spalle tanto è forte. Poi mi spingo più indietro con la schiena, entro in una nicchia dentro la cascata e scompaio alla vista, davanti a me solo l’acqua. Che felicità! Resto così per diverso tempo, poi provo a correre avanti e indietro dalla riva come un matto per riuscire a farmi un autoscatto sotto la cascata ma dopo vari tentativi rinuncio e mi rimetto sotto il getto. Mentre mi rivesto ecco sei o sette bambini in fila che mi salutano sabaidee ed entrano in acqua. Quando uno di loro adocchia la mia videocamera è una festa: cominciano a tuffarsi uno dopo l’altro e quando riemergono aspettano un mio cenno di conferma che ho ripreso il tuffo. Non mi manderebbero più via ma comincia a piovere e devo andare. Saluto e ringrazio, rimango in costume a torso nudo, tutti i miei averi nella sacca di nylon sono protetti e allora mi godo la pedalata fino in città sotto la pioggia. Dai campi spuntano diversi cappelli di paglia a semicono delle raccoglitrici di riso e naturalmente, dovunque, bambini. Arrivo in camera grondante, mi asciugo fuori casa e poi attraverso la sala, la cucina e la veranda cercando di non gocciolare. Le ragazze stanno pranzando davanti alla mia camera e ridono. ‘You wet’. Per la prima volta oggi controllo l’orario. Incredibile! Soltanto l’una! Faccio un po’ di bucato, la doccia, ed esco per riconsegnare la bicicletta. Magia: sole e tutto asciutto, come non fosse mai piovuto. Scelgo un ristorante centrale ed ordino un Curry Rosso con l’immancabile Beerlao che costa meno dell’acqua. Che giornata bellissima anche oggi e tutto questo in una mattina. Nel pomeriggio dolce far niente davvero! Mi siedo al Cafè des Arts e vengo avvicinato da bambini che vendono braccialetti. Rifiuto i primi tre come ne ho rifiutati due a pranzo ma al quarto cedo e mi provo qualche braccialetto. Niente, nessuno mi entra, sono tutti piccolini! La bambina fa il broncio ed io le offro 1000 Kip. Li prende, mi guarda trafiggendomi con lo sguardo e me li lancia sul tavolo no charity!!! Arrossisco, e lei se ne và con la testa alzata sprezzante tipo sorellastra di cenerentola. Comincio a sentire gli effetti dell’insolazione, testa e collo non li posso manco sfiorare con le mani ma fortunatamente neppure una puntura di insetto. Vado a letto dalle cinque alle sette e poi esco per l’ultima cena in città, che passo in un locale dove faccio conoscenza con un ragazzo del posto, guardo un film sul maxischermo e poi di nuovo a letto.

18 Giugno Stavolta mi alzo davvero e per le cinque sono già in posizione per veder sfilare i monaci. Una signora mi fornisce un tappetino su cui inginocchiarmi e mi vende del riso bollito, involtini di pollo e frutta disidratata da offrire loro. E’ ancora molto buio ma dopo venti minuti un gong annuncia l’arrivo e poco dopo ecco i monaci con le loro tuniche zafferano in fila dal più vecchio al più giovane. Dopo i primi venti le vivande di cui dispongo sono già finite e i monaci sono tantissimi, arrivano da ogni direzione scalzi, in silenzio e aprono le loro ciotole soltanto davanti a chi si sporge con qualcosa in mano. E’ un esperienza molto emozionante e solenne che dura quasi mezz’ora. Facccio un ultimo giro al mercato e poi alle otto un tuk-tuk viene a prelevarmi per portarmi alla stazione degli autobus. Saluto la signora che mi ha ospitato e parto. L’autobus è una reliquia vecchia di almeno trent’anni o forse più, all’interno ci sono i sedili tutti rotti e sul soffitto ventilatori da casa roteanti. Siamo circa venticinque passeggeri fra cui un monaco di circa quindici anni. Per la prima mezz’ora il bus si inerpica sulla strada che porta a sud verso la capitale, poi un cartello indica ‘Sainyabouli 63km’, svoltiamo a destra e… addio asfalto! Quel che segue ha dell’incredibile. Cinque ore di strada sterrata, con sobbalzi da rompere le ossa e un continuo saliscendi, spesso il bus si ferma per ingranare le marce ridotte. Ho portato soltanto dell’acqua ma non ho fame, il paesaggio mi rapisce e nonostante la scomodità vorrei che la tratta non finisse mai. Attraversiamo decine di villaggi piccolissimi e tutti pieni di bambini scalzi che corrono dietro all’autobus. Qualche volta ci fermiamo perché si possa comprare dal finestrino quello che le donne vengono a venderci. Poi, dopo ore di fitta vegetazione e saliscendi la strada finisce dentro al Mekong, direttamente in acqua. Scendiamo dal bus per riposare le gambe e la schiena e alcune bancarelle improvvisate dai contadini vendono qualsiasi cosa, ma niente che io desideri o che mi svegli l’appetito. Di fianco a me c’è qualcosa che si muove… credevo fosse un sacco di riso scaricato dal cassone ma in realtà e’ una bella grassa scrofa spalmata nel terreno distrutta dal calore. Poco dopo ecco il traghetto, praticamente un pezzo di strada semovente grande come il bus. La traversata dura dieci minuti e dopo altri quaranta minuti di strada siamo a Sainyabouli, oppure Xaignaburi come talvolta si trova scritto. Anche qui il cuore del paese è il mercato alimentare pieno di donne in costume tradizionale. Fra le altre cose bizzarre mi colpiscono i pipistrelli alla griglia, ma preferisco puntare degli invitanti bocconcini di pollo e degli spaghetti di riso con verdure che mi vengono serviti in una busta di plastica e vanno mangiati con le mani. Non c’è molto in questo posto, è la provincia piuù sperduta del Laos, non geograficamente ma fisicamente perchè esistono solo duestrade per raggiungerla e tutto il resto è foresta primaria e villaggi abitati da oltre trenta diverse etnie. C’è un immenso viale che attraversa il paese, è impressionantemente largo, come se qualcuno stesse per costruire una città in questo luogo: da un lato il viale finisce contro una scalinata con un bianco stupa sulla sommità, dall’altra si stringe in uno strettissimo ponte sul fiume. La mancanza di attrattive turistiche rende il tutto molto affascinante, la gente mi guarda con stupore. Passo il pomeriggio a cercare in ogni bancarella e in ogni pensione qualcuno che parli inglese o francese ma niente da fare. Neppure il guidatore di tuk-tuk davanti alla mia cartina, ai miei gesti, alle parole scritte su un foglio, riesce a capire che l’indomani vorrei andare alla stazione degli autobus per prendere il bus per Pak-Lai. Decido di rinunciare, mi alzerò presto e andrò alla stazione a piedi. La sera il cielo è così gonfio di stelle che non riesco ad individuare neppure una costellazione, c’è un silenzio totale e si sente soltanto il rumore dei grilli. Vado a letto presto ma non riesco a dormire: lo scarico del WC non si ferma completamente e il rumore dell’acqua è incessante e fastidioso. Mi alzo e cerco di ripararlo, apro il cassonetto e… tragedia! Il Galleggiante mi rimane in mano e il getto parte incessante alla massima potenza, facendo un fracasso esagerato! Disperato provo a ripararlo, canticchiandomi mentalmente la canzoncina di Mac Gyver, ma niente da fare, provo a coprire la scatola del water con l’asciugamano per attenuare il rumore ma non cambia niente. Sudo per il nervoso: cosa dirò alla padrona e soprattutto come visto che non parla nient’altro che Lao? E se da fuori si sente magari mi vengono a bussare? Che figura! Dopo il panico iniziale, un pensiero diabolico: dormirò fino alle quattro e me ne andrò in silenzio, come un criminale… La camera è già pagata perciò forse, per una volta… Non so come, riesco a prendere sonno intorno a mezzanotte.

19 Giugno Alle 4,30 sono già fuori, col mio zaino gigante e un sacco di strada da fare a piedi. Che avventura e che adrenalina! Davanti ad ogni casetta si accendono già i primi fuochi per bollire l’acqua e al mercato le prime contadine arrivano coi loro carretti a spinta. L’alba è appena iniziata e si vedono ancora diverse stelle e la luna. Mi dirigo a sud, in cerca della stazione degli autobus. In Laos, camion ed autobus non possono entrare nei centri abitati, i terminal sono di solito due o tre chilometri fuori dall’abitato. Io, in questo caso, devo attraversare il paese e poi fare circa tre chilometri verso sud, ma vado a caso sull’unica strada perché i cartelli sono tutti in caratteri lao. Mentre cammino si fa giorno e per le cinque e mezzo costeggio l’aeroporto: una striscia di asfalto in un campo nella quale atterra un solo volo alla settimana da Vientiane, ma per soli sei mesi all’anno. Alle sei sono al terminal. Rimango prima immobile dallo stupore ma poi quel che vedo mi emoziona ancora più. La guida non specifica che per terminal si intende una baracca di legno in un campo, ma soprattutto non specifica che non esistono i bus, ma solo i Sawngathew, l’equivalente della nostra Ape Poker sul cui cassone sono montate due file di panche ai lati e un tettuccio. Faccio il biglietto e attendo circa un’ora e mezza, fino a che non si raggiunge un numero minimo di passeggeri: siamo in diciotto a bordo, compresi i bagagli, sacchi di riso, verdure e un neonato. La strada è poco più di un sentiero sassoso fatto di buche, fosse, pozzanghere e lunghissimi tratti di solo fango, il tutto per un viaggio di centottanta chilometri in 6 ore. Finora, la cosa più bella che mi sia capitata è questo viaggio. Durante il tragitto carichiamo e lasciamo passeggeri ed io vengo spinto sempre più in coda. Prima mi ritrovo con un piede fuori, poi tutti e due, e infine, per un tratto, sono rimasto appeso all’esterno del cassone, in piedi sul predellino tenendomi alle barre laterali come una scimmia. Siamo arrivati anche a ventitrè persone a bordo. Nelle varie fermate ho potuto sedermi di nuovo ma subito dopo una ragazzina con in mano un mazzo di 4 polli legati per le gambe entra posandomeli sul piede, l’unico spazio possibile, dove i poveri animali non esitano a lasciare la loro firma… Viaggiamo attraverso paesaggi incontaminati, foreste, montagne, salite ripide e fangose, pianure, risaie sconfinate. Rimango impressionato dalla varietà di villaggi e di popoli che incontriamo. I Lao delle pianure vivono in abitazioni di pietra o di cemento, hanno qualche comodità e si parla ancora di paese. I Lao delle risaie vivono su palafitte, sotto le quali si vedono bufali, mucche, maiali e polli. I Lao delle Colline vivono invece in capanne di legno o bambù, alcune piccole comunità hanno invece solo un semplice tetto di paglia senza pareti. Ma tutti lavorano, tutti coltivano, allevano e lungo la strada espongono le loro merci correndo dietro a quell’unico mezzo della giornata che passa e che è il solo segnale che qualcosa al di là delle montagne esiste. Una sola cosa accomuna tutti i villaggi: un numero impressionante di bambini. Bambini che ridono Salutare è una parola che in italiano ha due significati, ma io penso che in fondo siano legati. Salutare qualcuno è qualcosa di fisicamente salutare, fa proprio bene allo spirito e in questo assurdo rocambolesco tragitto centinaia di bambini nudi o vestiti, sporchi o puliti, vedendo me, straniero, sventolano le loro manine e mi urlano dietro il loro saluto. E’ una cosa che strappa via il cuore. Vorrei che questo viaggio pieno di sobbalzi, scossoni, dolore, sole a picco e un paio di acquazzoni non finisse mai. Le ore volano in un soffio. Facciamo un paio di soste per espletare i nostri bisogni ed una in un villaggio in cui una serie di donne lungo la strada vende esclusivamente ananas e cetrioli, i soli prodotti di questo periodo. A Pak Lai arrivo tutto colorato di rosso: la polvere sollevata è entrata ovunque nello zaino, nella borsa chiusa, nella fotocamera. Dappertutto. Il cellulare non si apre neppure più. Ho la bocca impastata, le orecchie tappate, gli occhi appiccicati e prurito dovunque. E allora? Non mi importa proprio un bel niente. Prima di dormire faccio il bucato e poi cerco un posto dove mangiare. Conosco un signore australiano e gli offro una birra, chiacchieriamo un po’ e ci diamo appuntamento a domattina per imbarcarci verso Vientiane. Prima di dormire ripercorro la giornata appena trascorsa e cerco di fissare ogni dettaglio nella memoria, sono entusiasta di questi luoghi.

20 Giugno Prima dell’alba sono già sveglio e decido di uscire sul balcone della mia camera a guardare l’alba. Il bucato è già asciutto. Mi siedo a guardare nel vuoto, si vede solo una striscia dorata che contorna i monti oltre il fiume. Lentamente la luce aumenta, finchè comincio a distinguere anche l’altra sponda del fiume. Si sentono soltanto i grilli e i geki che, non lo sapevo, emettono un suono stridulo simile ad un asino. Sulla riva opposta scorgo due sagome grandi e scure che entrano in acqua. Sento lo splash e poco dopo vedo dei grandi sbuffi d’acqua. Sono certo che si tratti di elefanti ma la distanza è troppa. Alle sei vado al mercato locale, ormai sto diventando un esperto. Mangio una cosa di una bontà inaspettata: pollo fritto ripieno di banana, non vedo l’ora di provare a rifarlo. La barca che mi porterà a Vientiane è già pronta. Compro alcune pannocchie bollite, una specie di salsiccia, l’acqua e per tutto il tragitto mi godo il panorama prendendo ancora altro sole. La barca è lunghissima, ha trenta file di sedili, ma è molto stretta, quanto un furgoncino, e scivola sul fiume con una discreta velocità. Il Mekong però è molto particolare: pur essendo larghissimo (nasce in Tibet e dopo Laos e Thailandia raggiunge Cambogia e Vietnam) non in tutti i tratti è navigabile perchè ha diverse rapide e migliaia di isolotti e scogli affioranti. La navigazione difficilmente è lineare, si procede zigzagando da una riva all’altra fra grosse pietre che quasi sfiorano la delicata imbarcazione. Dopo due ore di tragitto, il fiume diventa il confine naturale fra Laos e Thailandia e lo rimarrà fino in Cambogia. La differenza fra i due paesi si vede perfino dal qui: a destra, villaggi con case relativamente lussuose, strade e colline con colossali buddha dorati sulle sommità. A sinistra il paesaggio laotiano è pura natura e qualche capanna sparsa alla rinfusa. Otto ore trascorrono piacevolmente, chiacchierando con Steve, l’australiano. A Vientiane si sbarca fuori città, come sembra essere la norma e in tuk-tuk raggiungo il centro. Prendo una camera a caso in una Guest House lungo fiume e passeggio un po’per il centro. A Vientiane l’eredità lasciata dal colonialismo francese è molto evidente, tutti i cartelli sono bilingue ma ormai soltanto qualche anziano parla francese, i ragazzi sono tutti impegnati a mettere in pratica il loro inglese, qui visto come un passaporto per il mondo, ed è molto facile riuscire finalmente ad avere una conversazione più lunga di due frasi. Il centro è molto calmo, il traffico praticamente inesistente, purtroppo però la città è piena di americani stabilitisi qui o in vacanza che si accompagnano a bambine locali forse neppure maggiorenni, alcune con la faccia davvero triste, tutte truccate e perfettamente vestite di fianco a grassi sessantenni con la camicia a fiori: l’immagine della tristezza. L’acquazzone che mi travolge è il più violento visto finora, neppure il k-way basta a fermarlo e mi rifugio in un bar con musica dal vivo dove, manco a farlo apposta, ritrovo Steve. La sua vacanza dura da cinque settimane ed è piacevole trovare qualcuno che, superati i cinquanta e rimasto solo, affronta un tipo di vacanza incentrato sulla cultura e non sul divertimento come lo intendono molti dei suoi coetanei anglofoni. Mi offre un Lao Lao, il liquore locale per ringraziarmi della birra che gli ho offerto a Pak Lai e la chiacchierata prosegue per oltre un’ora. Vado a letto combattuto sul da farsi. Lascio il Laos oppure no? Mi trovo in un punto dal quale spostarsi in altre località laotiane richiede almeno un giorno di viaggio per poi ritornare comunque qui, e se qualcosa va storto potrei rischiare di perdere il volo da Bangkok. Mi addormento senza aver deciso con la luce accesa e il ventilatore al massimo.

21 Giugno Mi alzo e sotto la doccia prendo la mia decisione: visiterò in mattinata i due monumenti principali di Vientiane e dopo pranzo prenderò il bus per Nong Khai, in Thailandia. Il mio cellulare è semidistrutto: non posso spengerlo nè riagganciare perchè il tasto con la cornetta rossa è disattivo, inoltre è pieno di sabbia in ogni fessura. Al mercato trovo una serie di bancarelle fra le quali una che vende e ripara cellulari. Per un solo euro un anziano signore spende un intera ora ad aprirlo in mille pezzi, soffiarlo, pulirlo, sostituire il tasto rotto e mi riconsegna un cellulare che stento a riconoscere, praticamente nuovo. Noleggio un tuk-tuk tutto per me che mi porta ai due monumenti principali, mi aspetta e mi riporta alla stazione degli autobus. Il sole è molto più intenso che nel nord del paese e trasportare il pesante zaino mi fa bruciare le spalle così tanto che spesso devo fermarmi e toglierlo. L’autobus per la Thailandia è moderno e comodo, a bordo siamo solo in dodici fra cui 4 Giapponesi simpaticissimi. In meno di mezz’ora siamo al Ponte dell’Amicizia, uno dei due soli ponti che attraversano gli oltre quattromila chilometri del Mekong. Questo ponte è stato costruito e donato dall’Australia. Sbrigate le formalità doganali le due corsie di marcia si invertono con uno strano rendez-vous di curve: in Laos si guida infatti alla nostra maniera mentre in Thailandia alla maniera degli inglesi. Oltre il fiume, a pochissimi chilometri, scendo nella cittadina di Nong Khai, sulla riva sud.

(Il viaggio prosegue fra i viaggi della Thailandia)

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