Diario Portogallo

4 Giugno: Riesco a fotografare tutta Oporto durante l’atterraggio, e già mi appare interessante. Ryanair ha portato una ventata di turismo in questo luogo, prima ricordato soltanto per il dolce vino da dessert. Nicola mi ha lasciato preparare più o meno tutto ed il peso della responsabilità organizzativa lo avverto tutto. Lo scalo è collegato da una metropolitana puntualissima ed immacolata e già durante il viaggio la pulizia delle strade salta inevitabilmente agli occhi di noi Italiani, abituati a ben altra manutenzione. L’hotel l’ho indovinato bene, 100 punti per me! La camera è carina e dotata di una terrazza con tavolino e sdraie, un lusso per me, avvezzo ad ostelli e casette in legno. Dove cenare? Mi viene in mente un ristorante trovato su una guida e recensito come semplice, economico e caratteristico. Passeggiando verso la nostra cena, Nicola col naso all’insù, mi fa notare la bellezza degli edifici ma si accorge subito che c’è qualcosa di strano, di insolito nell’aria. Le strade sono pressochè deserte e soltanto davanti al Sè, la Cattedrale, troviamo un nutrito gruppo di donne e ragazze che cantano muovendosi in circolo. I vicoli del centro storico, protetto dall’Unesco, sono silenziosi e bui, cadenti e disabitati, avvolti in un silenzio irreale. Scesa una scalinata, ci ritroviamo sul lungo fiume, il Douro, e procediamo davanti ad una serie di ristoranti deserti ciascuno col proprio cameriere pronto ad adescarci. Noi però, proseguiamo convinti verso la nostra meta, il Ristorante Cometa. Entriamo sicuri ed appena seduti inizia la gara a chi è più imbarazzato fra Nicola, me ed i due camerieri. Il locale è tutt’altro che semplice, il servizio eccessivo, i prezzi elevati e le porzioni ridicole. La cerimonia del vino e l’etichetta forzata non ci assomigliano affatto e pur impegnandoci non riusciamo a smettere di sentirci a disagio. Il conto, ovviamente, è salato. Pazienza. Stasera è andata così.

5 Giugno: La colazione dell’hotel “Pao de Aςucar” è abbondante e varia, accumulate le energie usciamo alla scoperta di Oporto. Il cielo è velato e grigio e la malinconia portoghese si respira quasi ovunque. Molti degli edifici, pur bellissimi, sono abbandonati. Case torri di quattro-cinque piani hanno le ampie bianche finestre prive di vetri e piccioni e gabbiani la fanno da padroni. Alcuni balconi, un tempo signorili, sfoggiano piccole jungle di piante da vaso dimenticate da anni e divenute alberi. “Che musica poteva uscire da un luogo del genere se non il Fado?” osserva Nicola. E’ come se un’improvvisa epidemia avesse messo in fuga gli abitanti, come se lo scoppio di una bomba avesse rovinato gli azulejos e sfondato le vetrate. Ce ne sono ovunque, di azulejos, al limite dello sdegno: le piccole maioliche bianche dipinte d’azzurro a mano compongono quadri onnipresenti e rivestono edifici ed attività d’ogni tipo. Giunti sul ponte Dom Luis I, ci fermiamo ad osservare i due lati del Douro. Il ponte in ferro, stile Eiffel, ha due piani che collegano le rive a quote diverse: al piano inferiore auto e pedoni, al piano superiore metrò e pedoni. La riva opposta, apprendiamo dalla guida, si chiama “Villanova de Gaia”, tecnicamente non è più Oporto. E’ qui che si concentrano le cantine vinicole ed è qui che il lungofiume è meglio curato ed attrezzato al turismo. Prenotiamo una visita per l’indomani e finalmente troviamo il locale che fa per noi: fra le cantine, nascosto alla vista, un piccolissimo ristorante ci prepara un fritto di pesce fantastico. Il pasto ci cambia l’umore e, chissà come, anche il cielo si apre. Incapaci di controllarci, cadiamo nel fascino del “Manjar da Reina”, una fetta di torta gigantesca, di noci per me, di carote per Nicola, e la gustiamo sulla verde riva di Gaia guardando Oporto che col sole sembra tutt’altro che triste. Nel pomeriggio attraversiamo il ponte do Infante, visitiamo un mercato di strada e torniamo alla Ribeira. Il tempo è decisamente migliorato e la gente lungo il fiume è tantissima. Mentre risaliamo verso il quartiere Carmo, ci imbattiamo in una bancarella di tovaglie e stoffe. Le due anziane signore sembrano adorabili e quando mi avvicino per comprare un piccolo strofinaccio sono convinto di farle felici. Altroché se le ho fatte felici! Non più di un’ora dopo, mentre passo il portafogli a Nicola per pagare qualcosa, lui si accorge subito che il foglio da dieci euro avuto in resto è solo una fotocopia a colori con una striscia di stagnola incollata sopra. Maledette vecchiacce! Altro che tenere… Nicola se la ride mentre io rimango davvero male. Mi riprendo soltanto quando, vicino alla Chiesa delle Carmelitane, scopriamo una piazzetta con un paio di invitantissimi ristoranti dove programmiamo di tornare per cena. Sulla via per l’hotel, percorriamo una strada pedonale che la mia guida neppure segnala. Anche qui, come ovunque, lucidi sanpietrini bianchi e neri disegnano greche lungo la strada, i negozi sono tantissimi e decido di comprare una felpa per la sera. Nicola sceglie due maglie di cotone, ovviamente a righe. Ci riposiamo in camera, passiamo a pantaloni e maniche lunghe e ritorniamo nella piazzetta. Che serata perfetta! Il luogo è incantevole, il cibo ottimo e la serata sa davvero di vacanza. 

6 Giugno: A colazione l’idea: come due criminali ci prepariamo ben sei panini cotto e fontina a spese dell’hotel. Prendiamo il nostro caffè con disinvoltura infilando il maltolto in borsa, non paghi aggiungiamo anche uno yogurt, poi ci incamminiamo verso la stazione São Bento, destinazione Guimarães, a un’ora di treno. Guimarães è Patrimonio dell’umanità Unesco ed è facile capire perchè: la cittadina ha un centro storico delizioso, pulito e pittoresco. Abbiamo tanti luoghi del genere anche in Italia, ma questo è una scoperta piacevole. Ce la prendiamo comoda e in tutta calma risaliamo la collina che porta al castello. Il prato è una moquette, sembra di essere in un quadro. I turisti non sono molti, è un lunedì. Visitiamo le mura e l’interno della fortificazione, scattiamo un infinità di foto e finalmente ci sediamo ad un piccolo tavolino in pietra dove pranziamo coi nostri panini gratis in tutta tranquillità. Il pomeriggio nel borgo è lento e rilassato, lo spezziamo con una birra in piazza e sdraindoci sul prato del centro culturale Vila Flor. Alle sei  siamo di nuovo in città e ci dirigiamo alle cantine del Porto Calèm per la visita guidata in italiano. Siamo soltanto in quattro, la visita è davvero interessante e nel biglietto, quattro euro, sono inclusi tre bicchieri ciascuno di altrettante varietà di Porto. Sediamo coi compagni di visita, una coppia over cinquanta che subito ci trasmette ammirazione. Ci raccontano di come amino spendere i risparmi di una vita per viaggiare, di come, esattamente come ho sempre sostenuto, valga la pena vedere il più possibie per capire dove abbiamo vissuto. La conversazione prosegue finchè l’alcool ha la meglio, apparentemente solo su me. Mi prende una grande stanchezza, straparlo, sono rimbamito. Ma dura poco. Salutiamo e torniamo in città, ancora una nuova zona di negozi, probabilmente la principale via dello shopping, ma anche di questa nessuna traccia sulla mia guida. Per cena, praticamente a caso, ci infiliamo in un locale gestito da brasiliani che cucina soltanto alla brace. C’è puzza di fumo e legna, la televisione in sottofondo, i tavolini pieni e tanto disordine: è perfetto! Il cameriere sembra in preda ad un attacco d’ansia e in meno di trenta secondi praticamente ci spinge ad ordinare quello che vuole lui, ma è bachalau ed io sono contento. Quando arriva non si può far a meno di ridere: il trancio di pesce alla brace è sommerso da fette di cipolla cruda, circondato da gustosissime patate novelle cotte con la buccia ma… …il tutto sommerso da una montagna d’aglio tritato. Ovviamente, mangiamo con gusto e soddisfazione, ma non è certo la soddisfazione a farsi ricordare per un giorno intero.

7 Giugno: Di nuovo in stazione, stavolta verso Lisbona. Nell’attesa ci intrufoliamo in un negozio cinese che vende qualsiasi cosa e compriamo le carte da gioco in formato viaggio e un kit per ricucire un bottone che ho perso. Dopo un’ora di viaggio scendiamo a Coimbra, è un peccato non fermarsi un attimo perciò scendiamo e, cambiato treno, arriviamo in centro. I soliti panini, fatti la mattina, li mangiamo camminando ma insieme al caffè ci lasciamo conquistare da alcuni dolcetti locali che ci chiamano dalle vetrine. Il caffè locale si chiama Nicola e Nicola è anche il nome del principale bar del corso. Chissà che non sia un immigrato italiano che ha fatto fortuna? Coimbra è arroccata su un colle dove si arriva per mezzo di scale e vicoli, sulla sommità non il solito castello o la solita chiesa, ma una delle università più antiche d’Europa e la più importante del Portogallo. Anche il panorama è bellissimo, ma abbiamo un treno da prendere e dopo due ore siamo di nuovo in viaggio. Arriviamo a Lisbona col sole, a metà pomeriggio. La metropolitana ci porta direttamente sotto quelle che scopriremo essere le finestre della nostra camera, in Praça da Figueira. L’hotel è molto carino, la camera ha una vista meravigliosa sulla piazza, in piena zona pedonale, ma la colazione non è prevista. Niente panini perciò! Approfittiamo del bel tempo per uscire subito e percorriamo l’immensa Rua Augusta, tutta pedonale, per dirigerci sul fiume. Il Tago è immenso in questo punto, prima di sfociare in mare il letto si allarga così tanto che sembra  impossibile. L’ora di cena è sempre un momento bellissimo di questa viaggio: è il momento in cui ci si siede, in cui si assaggiano cose nuove e in cui si chiacchiera di qualsiasi cosa. Stasera però non ci allontaniamo e decidiamo per il ristorante proprio sotto l’hotel, naturalmente mangiamo pesce! Quando fa buio, ci incamminiamo su per le scalinate del Barrìo Alto, piene di tavoli e ristoranti. Scopriamo un quartiere silenzioso ed intimo, pieno di locali e negozi originalissimi, ma non c’è ancora nessuno per le strade. Fa freddo e ci siamo vestiti poco, ci fermiamo ad osservare la città dal “miradouro” e poi riscendiamo nella Baixa con l’Elevador da Gloria.

8 Giugno: Al risveglio ci attende una brutta sorpresa: piove! A giudicare dal colore delle nuvole non smetterà tanto facilmente. Abbiamo così tante cose da vedere e fare che mi sento demoralizzato, ma non ci scoraggiamo e, fatta colazione, decidiamo di spostarci verso la Torre di Belem, il simbolo della città alla foce del Tejo. Camminiamo in direzione del mercato dove, speriamo, trovare del pesce fritto per pranzo ma niente da fare, un’altra delle bufale della mia guida. Con il tram, sbarchiamo a Belem e percorriamo il litorale dal monumento agli eroi nazionali fino alla torre. Il cielo è molto grigio ma fortunatamente niente pioggia. E’ ormai l’ora di pranzo quando, tornando indietro, decido di dare un’ultima possibilità alla guida ed entro in un ristorante suggerito. Finalmente un luogo come si deve! Frittura di paranza per entrambi e birra. Che soddisfazione!  Il pomeriggio lo passiamo fra i vicoli del Chiado, dove saliamo con l’Elevador da Bica, visitiamo il Museo di Archeologia con la Chiesa senza soffitto e scendiamo nella Baixa con il suggestivo Elevador de Santa Justa, un ascensore in Ferro a cui si accede da una passerella e che in un attimo collega i due quartieri. Non appena decidiamo di tornare in camera per riposarci,  il cielo si apre di nuovo. Chiediamo consiglio alla receptionist, una donna di una bellezza eccezionale, perchè vorremmo andare a cena in un locale tipico ed economico. Ci suggerisce il “Las Bifanas”, proprio vicino all’albergo. Il piatto forte è la “Sopa de Pedra”, una zuppa a base di legumi, carne e verdure molto sostanziosa e davvero gustosa. Dopo cena, ci fermiamo a bere la Ginja nel chiosco vicino a Praça do Rossio: è un liquore a base di ciliegia, dolcissimo e forte, che pare essere famosissimo in città. Saliamo nuovamente al Barrio Alto ma il tempo peggiora, i locali sono vuoti e la stanchezza abbastanza da riportarci a letto.

9 Giugno: Ancora maltempo. La pioggia è minima ma è sufficiente a compromettere le passeggiate all’aperto. Mi viene in mente che vicino alla stazione di Oriente c’è un grande centro commerciale, inglobato nella zona dell’Expo 98 chiamata Parque das Nações. Nicola accetta ma non è molto entusiasta di rinchiudersi in un mall. La stazione di Oriente, progettada da Calatrava, è imponente. Attraversiamo con noia il centro commerciale, identico a qualsiasi altro, ed usciamo dal lato fiume. E’ una sorpresa l’immensità del parco e la modernità delle strutture riconvertite in appartamenti, uffici ed aree per mostre e concerti. Una funivia collega i due lati del parco, l’area è vastissima e la percorriamo ammirati. L’oceanario è preso d’assalto dalle scolaresche perciò lo saltiamo. Rientriamo nel centro commerciale per pranzo e sperimentiamo la catena portoghese “Loja das sopas” dove per poco più di sei euro si mangia una zuppa a scelta e due contorni, che in realtà sono due secondi sostanziosi. Il cielo sembra schiarirsi perciò, visto che è l’ultimo giorno a Lisbona, rientriamo in città con la speranza di poter salire col famoso Tram 28 nel quartiere di Alfama prima che la pioggia ricominci, prima però, compriamo due ombrelli al supermercato. Il Tram 28 è un’icona nazionale ed è il tram che copre la maggior pendenza del mondo. Attraverso vicoli strettissimi e suggestivi ci porta fino al Castelo de São Jorge. Lasciare Lisbona senza aver visto l’Alfama sarebbe quasi come non aver visto affato Lisbona. dal Castello scendiamo nella Baixa in un’ora, con calma, assaporando la vera anima della città fra scorci meravigliosi. Lungo il percorso stanno allestendo una sorta di sagra, ovunque si montano tavolini e panche in legno e si preparano i braceri. Domani sarà festa nazionale e questa stessa sera si terrà la festa della Sardinha Assada, la sardina grigliata. E’ deciso: più tardi torneremo a cena. Il tempo di tornare in hotel, vestirsi, riposare un po’ ed eccoci di nuovo sul Tram 28. Dalla sommità del colle si è subito avvolti dall’odore delle grigliate, l’atmosfera è bellissima e ci sentiamo davvero parte di questa tradizione, vista anche la quasi assenza di turisti. Le sardine sono buonissime e la festa davvero pittoresca. Dopo cena, una signora molto in carne e senza denti ci invita urlando a bere la sua Ginjinha, ovviamente accettiamo. Quando andiamo a dormire siamo soddisfatti più di ogni altra sera anche se, sulla via del ritorno, ci lasciamo tentare da un dolce-macigno, chiamato rocha, che ci rovina lo stomaco andandosi a piantare come una palla di cemento sullo stomaco.

10 Giugno: E’ l’ultimo giorno prima di partire per Madrid, dove visiteremo alcuni amici di Nicola. Il volo è in serata perciò abbiamo ancora quasi tutto il giorno da dedicare a Lisbona, ma la stanchezza ed il tempo incerti ci rendono lenti e poco ispirati, l’ideale sarebbe riposarsi in un parco. Proviamo a raggiungere il Parque Florestal de Monsanto ma, vista la distanza e la zona non troppo raccomandabile, ci fermiamo poi al Parque Eduardo VII. Neppure il tempo di entrare nel bosco che ci sorprende un acquazzone violento. Gli ombrelli non bastano e in un attimo siamo fradici. Non ci resta che prendere i bagagli e dirigerci all’Aeroporto.

 

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